Voci in prestito

Come sarebbe stata la versione nostrana del film Il diavolo veste Prada (2006) senza la suadente voce italiana prestata a Meryl Streep? E come è inconfondibile la parlantina di Stewie (foto), il figlio minore dei Griffin nell’omonima serie americana! I nomi di Maria Pia Di Meo e di Nanni Baldini, cioè gli attori che hanno dato la voce a questi due personaggi, tuttavia dicono poco alla maggior parte del pubblico. Eppure va a loro e ai loro colleghi doppiatori gran parte del merito del successo di un film straniero in Italia.

Non a tutti piace
Il doppiaggio è un mestiere antico (nasce con gli albori del cinema sonoro, all’inizio degli anni Trenta) e in gran parte italiano: la nostra è infatti la scuola più blasonata e celebre al mondo per qualità recitativa oltre che per capacità tecniche. Il motivo? «Il film originale con sottotitoli – spiega il giornalista cinematografico Roberto Rombi – da noi è impensabile: quello che succede negli alti Paesi con i film stranieri, in Italia sembra inapplicabile per un’abitudine antica del pubblico al doppiaggio che nel tempo ha acquisito tecniche collaudate e forme sofisticate».

Sincronizzati
E poi gli attori vocali italiani devono fare i conti con l’oggettiva difficoltà di adattare i dialoghi stranieri (soprattutto quelli in una lingua così sintetica come l’inglese) con le specificità fonetiche e articolatorie (il modo cioè di aprire la bocca quando si parla) della lingua di Dante. La prima difficoltà è nel sincronismo, cioè l’esigenza di far coincidere la traduzione con i movimenti labiali e corporei degli attori. Maria Pavesi, docente di linguistica inglese presso l’università di Pavia, nel suo libro La traduzione filmica (Carocci) ne descrive due tipologie: da un lato il sincronismo articolatorio, dall’altro quello paralinguistico. Il primo è inteso come la simultaneità del parlato con l’inizio e la fine dei movimenti della bocca. «Tale sincronismo – spiega – agisce sulla velocità dell’eloquio, dato che il numero delle sillabe e la loro lunghezza può variare dal testo originale a quello tradotto». Il sincronismo paralinguistico invece «richiama la necessità di rispettare il raccordo tra parlato e movimenti corporei, gesti ed espressioni del volto che accompagnano i segni verbali».

Un po’ di fantasia
Talvolta la necessità di adattare il testo ai movimenti delle labbra e del corpo è così importante da far passare in secondo piano la traduzione letterale. È la stessa Pavesi a citare un esempio: nel film Un pesce di nome Wanda (1988) durante un interrogatorio in tribunale l’avvocato protagonista chiama per nome Wanda, la teste che sta interrogando e con la quale ha una relazione, proprio davanti alla moglie. Cercando di coprire la gaffe, si lancia in un discorso sconclusionato che gioca su parole dal suono simile a “Wanda”: il verbo wonder (domandarsi) e lo stesso nome della moglie, Wendy: «Wanda! I wonder… I wonder… I Wendy… I Wendy», dice il protagonista. Una traduzione letterale non avrebbe reso efficace il gioco di parole: per questo il dialoghista ha scelto di non tradurre quelle parole ma di usarne altre che reggessero il gioco. Così ecco il personaggio nella versione italiana affermare concitato: «Wanda! Qu… Qua… Quanda, cioè quando, ecco quando. Sì, Wendy, no Wanda, quanda… quando…». E l’effetto comico è (almeno in parte) salvo.

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