La sostenibilità? Fuori moda

Abbiamo considerato finora il consumismo senza regole un male e il pianeta in pericolo. Ci hanno insegnato (già dalla seconda elementare, che io ricordi) parole come ambiente ed ecologia. Oggi a questi termini si aggiunge un nuovo mantra, quello dello sviluppo sostenibile. Ci abbiamo creduto, ci sembrava l’unica via percorribile per restare su questo pianeta che proprio ieri ha toccato i (primi) 7 miliardi di abitanti. L’imperativo della sostenibilità è stato il seguente: il progresso dell’umanità è necessario ed è filosoficamente connaturato alla nostra “missione” sul pianeta, ma arrivati a questo punto occorre un ripensamento se non vogliamo rischiare l’autodistruzione. La soluzione? Produrre beni riducendo l’impatto sull’ambiente, consumare meno, preferire le risorse energetiche rinnovabili. Una teoria convincente, a cui molti intellettuali hanno (giustamente) creduto.

Adesso però stiamo andando oltre. Perché ormai da qualche anno la stampa sta dando sempre maggiore visibilità ad altre teorie più estreme. Sono i contestatori dei contestatori, gli anticonformisti più integralisti e si rifanno al concetto di decrescita felice. La loro teoria? Lo sviluppo sostenibile è un’illusione portata avanti (addirittura) dalle società capitaliste. Oppio dei popoli, in pratica. Spiega Serge Latouche, economista-filosofo francese: «Stiamo cercando di fermare l’economia della crescita, quel fenomeno di stampo capitalista che ci induce a dover diventare più ricchi non per migliorare le nostre condizioni di vita, ma per alimentare la sopravvivenza del sistema stesso». Da noi ci ha pensato Maurizio Pallante a importare queste teorie. Laureato in lettere, esperto (non è chiaro a quale titolo) di politica energetica ed ex consulente del Ministero dell’ambiente, è autore del volume La decrescita felice (Editori Riuniti, 2005). La sua proposta di rivoluzione economica? Parte da un assunto, certamente in gran parte condivisibile: il Prodotto interno lordo è un indice non più in grado di spiegare appieno la complessità dello sviluppo economico attuale. Il benessere di una nazione non si può più misurare solo attraverso quanto essa produce: occorrono valutare anche le sue condizioni sociali e la percezione psicologica di benessere da parte dei suoi cittadini. Occorre valutare, cioè, quella che Pallante definisce, con una parola semplice semplice, “felicità”. Ecco un esempio: le zucchine acquistate in un ipermercato fanno crescere il Pil, ma non necessariamente sono di ottima qualità; al contrario quelle coltivate nel mio orto non contribuiscono allo sviluppo economico, ma in compenso migliorano la mia percezione di felicità: mi fanno mangiare meglio perché hanno più sapore, mi permettono di dedicarmi a un hobby al contatto con la terra. In poche parole, contribuiscono al benessere individuale e, in ultima analisi, a quello sociale.

Teorie condivisibili, ma forse solo fino a questo punto. Perché quando il pensiero dei teorici contrari allo sviluppo sostenibile va oltre, viene da porsi qualche domanda. Viene da chiedersi in particolare come queste teorie affascinanti, quanto ingenuamente idealiste, possano realmente trovare applicazione nella nostra società. Un’idea viene da Marcello Veneziani, che a giugno sul Giornale scriveva: «La loro idea è che la felicità si moltiplica se condivisa, se include gli altri. Bello, bellissimo, ne sono innamorato. E ancor più mi piace quando Latouche racconta che smise di essere comunista quando nel Laos vide un contadino inerte in una risaia e gli chiese cosa facesse: “Niente. Ascolto il riso crescere”. Su una risposta così, puoi costruire un magnifico testo sulla saggezza di vivere; ma non si può costruire un sistema economico e sociale. Una risposta del genere ci insegna che si può essere felici anche fuori dai nostri canoni e che popoli interi hanno vissuto con quella filosofia di vita; ma non possiamo pensare di esportarla in questo Occidente. La storia, l’indole, l’abitudine sono diverse». Questo naturalmente non toglie l’urgenza di una regolamentazione dello sviluppo, ma non certo un arresto e tanto meno una decrescita.

Una postilla. Uno dei leitmotiv della decrescita è quello alimentare: sì all’autoproduzione (le zucchine dell’orto, appunto), sì al biologico, no alle mostruosità della grande distribuzione. Un altro mantra che è ormai più che altro una moda, e quindi proprio per questo da prendere con le pinze. Insomma, nessuno è mai morto né per una dieta cento per cento bio né per una dieta da supermercato, ma cerchiamo di capirci: non diamo per scontato nessuna verità. Perché c’è anche chi non segue la massa e ha il coraggio di esporsi. Come l’anticristo degli ambientalisti, il professor Franco Battaglia, che spiega come il vegetale biologico, non protetto dall’uomo, produce maggiori quantità di naturali tossine. «È stato accertato – spiega – che, rispetto a chi usa cibo tradizionale, chi si nutre di cibo biologico è più esposto agli attacchi non solo del batterio della salmonella, ma è anche fino a otto volte più esposto a un pericoloso ceppo del batterio Escheria coli. Ma, direte voi, come facevano gli antichi? La risposta è semplice: morivano giovani. Affinché siano “naturale” l’agricoltura e “solare” l’energia del mondo, 6 miliardi dei suoi abitanti devono morire. Tale Maurizio Pallante chiama, questa, decrescita felice. Immagino che la felicità sia nel riuscire a non essere tra quei 6 miliardi».

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