In gruppo si sentono forti…

grupppi crimiali baby gang Simba La RueLo scorso ottobre è giunto alla seconda ordinanza di custodia cautelare in carcere il trapper ventenne Simba La Rue (foto), all’anagrafe Mohamed Lamine Saida. L’artista da milioni di visualizzazioni su YouTube era già stato arrestato con l’accusa di aver picchiato e sequestrato il rivale Baby Touché tra l’8 e il 9 giugno, con tanto di video pubblicato in diretta per umiliarlo. Non è il primo ad avere problemi con la giustizia. Specie nel nord Italia diversi esponenti della trap, genere musicale che nasce da una costola del rap, sono saliti agli onori della cronaca per l’appartenenza a bande tra loro contrapposte e per i loro problemi con la giustizia: risse, aggressioni e minacce sembrano comportamenti molto diffusi all’interno di queste sottoculture urbane.

La musica per “sentirsi parte”

È ovvio che non è la musica a essere “maledetta”, ma certamente questa ha un peso importante nelle dinamiche di molti gruppi criminali: «Rappresenta il nesso attraverso cui costruire la propria identità», mi ha spiegato Cristina Mosso, psicologa sociale all’Università di Torino, particolarmente impegnata nella ricerca sulla psicologia dei gruppi. «Al contempo consente di differenziarsi dalla società da cui ci si sente estranei ed esclusi per riconoscersi in un gruppo che possiede una ritualità di gesti, comportamenti e simboli a cui le persone fanno riferimento». La musica per i trapper è quindi un elemento importante per rinsaldare la percezione di essere parte del gruppo ma anche per definirsi diversi dal resto della società.

Perché alcuni hanno molti pregiudizi?

Fare gruppo, un bisogno evoluzionistico

Esiste una spinta naturale a fare gruppo: siamo animali sociali e l’empatia ci porta ad adattarci al comportamento altrui. Nei gruppi criminali, però, l’appartenenza assume i connotati dell’odio verso chi ne è estraneo o verso i gruppi rivali. Per accentuare la somiglianza tra i componenti, i gruppi fanno spesso uso di simboli identitari: la musica, come detto, ma anche bandiere, slogan, inni ma anche parole d’odio. «Questa tendenza alla contrapposizione tra gruppi è alla base degli atteggiamenti pregiudizievoli dall’etnocentrismo alla deumanizzazione», precisa Mosso. «Così ad esempio i terroristi di matrice religiosa odiano i praticanti delle altre religioni, ma sono estremamente empatici tra loro».

puntoesclamativoGruppi rivali e cattive abitudini. La rivalità tra gruppi può però essere usata a fin di bene. Vogliamo convincere qualcuno ad abbandonare una cattiva abitudine? Basta spiegargli che a dedicarvisi sono i “rivali”. Uno studio americano del 2008 uscito sul Journal of Consumer Research dimostrò come associare un comportamento pericoloso a un gruppo opposto e sgradito è utile a scoraggiarlo. Jonah Berger dell’Università della Pennsylvania e Lindsay Rand della Stanford University identificarono due gruppi rivali all’interno dell’ambiente universitario: gli studenti dei corsi di laurea di primo livello e quelli dei corsi di laurea di secondo, corrispondente alla nostra laurea magistrale. Ai gruppi fu detto a voce e spiegato con volantini informativi che gli appartenenti all’altro gruppo consumavano eccessive quantità di junk food e di alcol. Successivamente furono misurati gli effetti di questa campagna di sensibilizzazione ed effettivamente si notò una netta riduzione di queste cattive abitudini: il consumo di cibo spazzatura si ridusse del 28 per cento e quello di alcol di ben il 50 per cento. In pratica, la cattiva abitudine degli altri diventava sgradita.

L’articolo completo su Airone, dicembre 2022