La società dei simpaticoni

simpatia«Ciao ragazzi, cosa vi porto?», dice il barista a un gruppo di clienti mai visti prima, ostentando la simpatia dell’amico di lunga data. Gli atteggiamenti esasperati da simpaticone sono sempre più diffusi e possono essere controproducenti. È quel che capita quando un venditore porta a porta esagera con la familiarità solo per tentare di appiopparci un prodotto. Si tratta di un modo di fare tipicamente italiano, dicono i sociologi. Nel film Ovosodo di Paolo Virzì (1997) il protagonista Piero Mansani dice: «La simpatia è un falso merito, tipicamente italiano. In Francia o in Inghilterra non ci tengono mica così tanto a restare simpatici, ma ad avere dei meriti reali. Solo gli stronzi sono simpatici». Non stupisce quindi il luogo comune dell’italiano che, con falsa amichevolezza, cerca di approfittarsi degli altri: «Molti all’estero ci vedono simpatici, ma “furbetti”», mi ha spiegato Andrea Stracciari, neurologo e autore di Perché siamo (o non siamo) simpatici (Il Mulino). «Quando la simpatia non è spontanea perde il suo significato più nobile».

I simpatici hanno successo

Effettivamente viviamo nella società della simpatia: oggi alla base di qualsiasi rapporto sociale più che la competenza sembra valere la piacevolezza. Succede anche in politica, dove spesso i voti vanno ai leader più carismatici e divertenti nel loro modo di rivolgersi agli elettori. Secondo uno studio della School of Business dell’Università di Chicago (Usa) la simpatia è oggi una qualità imprescindibile anche per i dirigenti, quasi più delle competenze professionali. Forse abbiamo sopravvalutato questa caratteristica umana: vari studi hanno mostrato come bastino anche solo dieci secondi per giudicare una persona come simpatica o antipatica, troppo poco per farci un’idea approfondita. «Eppure oggi il nostro modo di vivere si basa sul fatto che bisogna impressionare immediatamente per avere un qualche risultato», ha detto in un’intervista sul tema lo psicoanalista Romano Madera.

Un giudizio troppo superficiale?

La simpatia è infatti una caratteristica almeno in gran parte superficiale: «Nasce già dal primo contatto», prosegue Stracciari. «Eppure è il risultato della sintesi di molteplici segnali sensoriali ed emotivi che il nostro cervello percepisce in frazioni di secondo». In quei pochi attimi cogliamo l’aspetto estetico, il tono di voce, l’espressione del volto e la postura del nostro interlocutore, dati che immediatamente confrontiamo con milioni di ricordi precedenti. Non va però demonizzata: è essenza e sale delle relazioni. Ovviamente il ricordo positivo di persone “simili” non è l’unico fattore alla base della simpatia: a renderci piacevoli è infatti anche la capacità di immedesimarci nelle emozioni dell’altro. In pratica, l’empatia. Non a caso già nel Settecento il filosofo scozzese David Hume scrisse: «Nessuna qualità della natura umana è più notevole, sia in sé sia nelle sue conseguenze, dell’attitudine che abbiamo a simpatizzare con gli altri». La persona simpatica è capace non solo di creare, ma anche di provare contagio emotivo. E questa è certamente una dote a tutti gli effetti.

L’articolo completo su Airone, ottobre 2019