La lingua nasce dal canto

25022014Inglese, spagnolo, cinese, arabo. Se pensiamo soltanto a queste lingue, tra le dieci più diffuse al mondo, non possiamo non notare la loro enorme diversità. «Il grado di variabilità del linguaggio umano da area ad area è un fenomeno unico in natura», mi ha detto Francesco Ferretti, docente di filosofia e teoria dei linguaggi all’Università degli studi Roma Tre e autore di Alle origini del linguaggio umano (Laterza). Come le lingue siano nate e si siano diversificate resta ancora oggi in gran parte un mistero. Un punto fermo viene oggi dalla ricerca di Bill Thompson della Macquarie University di Sydney (Australia), pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, secondo cui il segreto dell’origine del linguaggio va ricercato nel canto. Lo studioso ha infatti sottoposto 12 soggetti affetti da amusìa congenita – una rara condizione che rende chi ne è affetto incapace di identificare i suoni e quindi inevitabilmente “stonato” – a un test in cui veniva chiesto loro di valutare lo stato emotivo espresso in 96 frasi da altrettanti soggetti. Confrontando i risultati con quelli di 12 soggetti “sani”, Thompson ha dimostrato che gli stonati patologici individuano un 20 per cento di emozioni corrette in meno rispetto agli altri.

Prima il canto, poi il linguaggio

«La capacità di distinguere l’intonazione sembra quindi fondamentale anche per identificare le emozioni espresse dai parlanti attraverso il linguaggio», spiega Thompson. Secondo lo studioso questo proverebbe che musica e linguaggio, sviluppatisi all’alba dell’evoluzione umana con il comune scopo di veicolare emozioni, condividono le stesse strutture cerebrali. «Del resto il canto ha preceduto il linguaggio, nell’evoluzione umana», aggiunge Walter Maioli, etnomusicista e ricercatore presso il Centro del Suono di Milano. «Così come i primi canti erano fischi e bisbigli a imitazione dei suoni della natura, così i primi linguaggi parlati erano sussurrate o addirittura cantate».

Dalla bocca alla mano

L’enigma però non è del tutto risolto. «La principale critica di chi non si rassegna a questa ipotesi», aggiunge Ferretti, «è che il linguaggio vocale dei nostri progenitori, così come quello del canto, è per sua natura involontario. Al contrario, le lingue oggi parlate dagli esseri umani sono atti comunicativi intenzionali». Come siamo passati quindi da una forma di comunicazione spontanea alle migliaia di lingue del mondo capaci di trasferire informazioni, oltre che emozioni? La risposta viene da un altro filone di ricerca. Secondo gli studi del neuroscienziato neozelandese Michael Corballis, il linguaggio umano sarebbe nato non da versi e mugugni che segnalavano pericolo o paura, ma dai gesti intenzionali che i nostri progenitori avevano imparato a usare già da 2 milioni di anni fa.

Un terzo delle lingue è parlato in Asia

Tutto quindi farebbe pensare che le migliaia di lingue attuali (il 32 per cento delle quali parlate in Asia, dove cioè ha avuto origine l’indoeuoropeo, progenitore delle lingue del Vecchio continente) discendono da poche grandi famiglie, tutte varianti di una cosiddetta “lingua del protomondo” di cui il linguista russo Vitaly Shevoroshkin sostiene di aver identificare circa 200 parole, in qualche modo imparentate con quelle di moltissime lingue del mondo. «Fino a poco tempo fa», spiega l’antropologo Robin Dunbar in Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue (Longanesi), «si riteneva che fossero le migrazioni di massa a causare la diversificazione delle lingue».

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