Dati sensibili, una paranoia?

dati personaliLe nostre preferenze di acquisto, i locali che frequentiamo di più, il nostro indirizzo di residenza o le nostre idee politiche. Ma anche le serie tv che seguiamo e le abitudini quotidiane nella nostra cerchia di amici. Sono informazioni personali, apparentemente insignificanti, che oggi valgono oro e che sembrano essere in pericolo: ce ne siamo accorti però solo poco più di un anno fa con lo scandalo di Cambridge Analytica. «Nel nostro diritto», mi ha detto Carlo Focarelli, docente di diritto internazionale all’Università di Roma Tre e autore di La privacy. Proteggere i dati personali oggi (Il Mulino), «per dato personale si intende qualsiasi informazione che ci può identificare: nome, ubicazione, identificativi online, elementi dell’identità fisica, psichica, economica o sociale». Una categoria specifica sono i dati sensibili, ancor più personali: l’articolo 9 del regolamento dell’Unione europea 2016/679, l’ormai ben noto General Data Protection Regulation (Gdpr) che ha tra l’altro imposto a tutti i portali web di chiederci l’autorizzazione all’utilizzo dei nostri dati, ne cita alcune tipologie. Ad esempio sono sensibili i dati che «rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché […] l’orientamento sessuale della persona». In pratica, tutta la nostra vita.

Siamo in pericolo?

«In fondo», mi ha detto Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali presso l’Università degli studi di Catania, «per tenere sotto osservazione una persona o un gruppo di persone basta raccogliere un numero sufficientemente grande di dati sulla sua vita». Se analizzati con le tecniche della psicometria, questi potrebbero in teoria consentire di formulare previsioni comportamentali sulle nostre azioni future. Paure immotivate? Proprio quest’anno le ricercatrici Ramona Sue McNeal della University of Northern Iowa e Mary Schmeida della Kent State University (Usa) hanno esplorato questi temi in uno studio dal titolo emblematico: Paranoia digitale, come un clima ostile sui social media sta influenzando le attività online. Nel saggio le studiose mostrano come, negli Usa, i cittadini siano sempre più spaventati. «Ogni epoca ha visto la nascita di paure, spesso irrazionali, verso le nuove tecnologie», ammette Bennato. «Tuttavia per il digitale lo scenario è diverso: tutto ciò ha reali conseguenze economiche, politiche e sociali».

Troppo tardi…

Se però evitare di pubblicare informazioni riservate è saggio, secondo gli studiosi di media digitali fuggire del tutto è quantomeno inutile. Il motivo? È troppo tardi: «Ormai siamo completamente attraversati da correnti di informazione: non è il futuro, è già il presente». A dirlo è stato già qualche anno fa Derrick De Kerckhove, sociologo belga che in Italia è docente presso l’Università Federico II di Napoli. «Tornare indietro non avrebbe alcun senso, la cosa più utile da fare è prendere atto della situazione». Invece di lamentarci, suggerisce lo studioso, meglio assumere un ruolo più attivo difendendoci ma senza paranoie.

L’articolo completo su Airone, aprile 2019

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