Donne e lavoro, il gap c’è… (VIDEO)

donne lavoro.jpg«Al centro della crescita della società c’è il ruolo delle donne». Lo ha detto il mese scorso l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda (video), intervenuto a un convegno a Roma davanti a una platea in cui sedeva quella che probabilmente è per lui, come per molti uomini, la donna più importante della vita: la madre, la regista Cristina Comencini. Più o meno dello stesso parere anche un altro uomo, Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum: «In un’epoca in cui le competenze umane sono sempre più importanti, il mondo non si può permettere di privarsi del talento delle donne in settori in cui è già scarso». Lo ha detto nell’introduzione dell’edizione 2018 del Global Gender Gap Report, che da tredici anni censisce i progressi a livello mondiale in tema di parità di genere su educazione, salute, economia e politica.

Scarsa rappresentatività in rosa

A parole tutti d’accordo. Peccato che, nonostante gli enormi passi in avanti compiuti anche soltanto nel corso dell’ultimo secolo, resti ancora molto da fare. In particolare a casa nostra: è lo stesso report a dimostrarlo. Nella graduatoria delle pari opportunità a livello mondiale, l’Italia è al 70esimo posto, al 17esimo in quella dell’Europa occidentale. Nonostante alcuni passi avanti nella rappresentatività femminile in politica e nei consigli di amministrazione da almeno sei anni a questa parte, anche secondo l’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile pubblicato dall’Istat a dicembre l’Italia è ancora lontana da un’equità tra i sessi che vorrebbe una rappresentatività in rosa in politica e in azienda tra il 40 e il 60 per cento. La soglia, per la cronaca, è già raggiunta dai Paesi scandinavi, ma anche in Spagna e in Francia.

Donne meno pagate

Tra i fattori che collocano l’Italia tra i Paesi meno virtuosi c’è poi la quota di lavoro non pagato o pagato non adeguatamente che riguarda, sempre secondo il Global Gender Gap Report, il 61,5 per cento per le donne italiane contro il 22,9 per cento per gli uomini. L’accesso al lavoro mostra ancora molte differenze: «Sicuramente incontra meno barriere di un tempo, nel senso che viene riconosciuta la loro preparazione e apprezzato lo specifico femminile», mi ha detto Donatella Pacelli, docente di Sociologia dei fenomeni politici all’Università Lumsa di Roma, «ma questo non riguarda tutti i settori lavorativi».

Differenze sin da piccoli

Le donne hanno ancora meno chance rispetto ai maschi di ottenere posti di lavoro qualificati e ben pagati nonostante i migliori risultati nello studio: «Ottengono titoli più elevati dei coetanei uomini ma scelgono ancora discipline con più basso rendimento nel mercato del lavoro, come quelle umanistiche e sociali», mi ha spiegato Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano. E poi c’è un fattore culturale. Nel 2016 la banca inglese Halifax condusse un’indagine su 1202 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 15 anni e 575 genitori del Regno Unito arrivando a una scoperta clamorosa: mediamente i maschi ricevono una paghetta più alta del 12 per cento rispetto alle femmine. Un divario, questo, che continua fino all’adolescenza e che prosegue dunque sul posto di lavoro in età adulta.

L’articolo completo su Airone, marzo 2019

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