Vergogna, quando è patologica

vergognaLa nostra è una società esibizionista: profili Instagram traboccanti di foto ammiccanti, coppie che raccontano la loro intimità su Facebook desiderose di apprezzamenti, youtuber che passano il tempo a raccontare la loro vita: «Oggi il pudore è un sentimento molto ridimensionato rispetto al passato: la tendenza è mostrarsi e non nascondersi», mi ha spiegato tempo fa Francesca Fiore, psicoterapeuta e docente presso la Sigmund Freud University di Milano. «In un mondo caratterizzato da vetrine è più facile superare le soglie del pudore». Ma perché ciò accade? «L’esibizionismo serve a sentirsi rassicurati sull’esistenza e sulla potenza. Ci si giocano identità multiple. Ci si inventa una vita che alterna rivelazioni e bugie», scrive la psicologa Jacqueline Barus-Michel nel suo saggio “Una società sullo schermo”, pubblicato in Farsi vedere. La tirannia della visibilità nella società di oggi, a cura di Nicole Aubert e Claudine Haroched (Giunti). Purtroppo però tutto questo rischia di trasformarsi in una finzione: talvolta, spiegano gli psicologi, un po’ di sano pudore aiuterebbe a ritrovare noi stessi.

A volte è troppa…

Diverso è quando il pudore è vergogna patologica: «Il pudore deriva dalla volontà sana di non mostrarsi completamente allo sguardo altrui e riguarda il normale senso di intimità legato al proprio corpo, alla percezione di un confine che non deve essere violato», prosegue Fiore. Al contrario è patologica una vergogna per la nostra nudità che nasce in seguito alla valutazione dell’inadeguatezza fisica rispetto alle nostre stesse aspettative. In questo secondo caso può essere utile un percorso psicoterapico: troppo spesso, specie nei più giovani, questa forma di disagio non viene esternata e condivisa con gli altri, accentuandone così l’impatto psicologico. Secondo Thomas Scheff, docente emerito di sociologia alla University of California (Usa), una società individualista come la nostra spinge infatti le persone, e specie i più giovani, a provare vergogna per via di un confronto costante con modelli spesso inarrivabili. «Tuttavia questa stessa società ci incoraggia anche a bastarci da soli e a mostrarci indipendenti», ha spiegato alcuni anni fa in un articolo sul tema uscito su Cultural Sociology. Così facendo però ci spinge paradossalmente anche a vergognarci della nostra stessa vergogna, generando una sorta di circolo vizioso da cui occorre uscire.

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