L’acqua che manca

siccità.jpgPiù di tre miliardi e mezzo di persone al mondo vivono in aree con potenziale scarsità idrica per almeno un mese all’anno: il dato, spaventoso se consideriamo che la popolazione terrestre è di 7 miliardi e mezzo circa di persone, viene dal Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche pubblicato quest’anno. Ma come è possibile che l’acqua manchi su un pianeta la cui superficie ne è coperta per ben il 71 per cento? Innanzitutto quella dolce, e dunque utilizzabile, è solo il 2,5 per cento del totale. Questa però è perlopiù immobilizzata in ghiacciai o nel sottosuolo. Le disponibilità idriche reali di fatto ammontano ai “soli” 45.500 chilometri cubi d’acqua che ogni anno defluiscono dai continenti verso il mare passando dai fiumi. Tuttavia non tutta può essere sempre usata: molti fiumi hanno portate variabili nel corso dell’anno e quindi le loro acque non sono sempre disponibili, nonostante le riserve artificiali. «Va considerato inoltre che bisogna soddisfare le esigenze idriche degli ecosistemi e della navigazione», spiega l’idrogeologo Taikan Oki della United Nations University. Ciò significa che non si può destinare l’intera acqua circolante nei fiumi a uso umano.

Una questione di rilevanza sociale

«Per la prima volta nella storia dell’umanità, l’acqua è diventata un bene esauribile», scrive Giuseppe Altamore in L’acqua nella storia. Dai Sumeri alla battaglia per l’oro blu (Sugarco). «Negli ultimi cinquant’anni, le scorte medie per abitante si sono dimezzate e a questa civiltà ingorda esse non bastano». Non stupisce che l’acqua sia dunque sempre più spesso oggetto di studio sociologico: «È un bene primario», ha spiegato in un’intervista Giorgio Osti, docente di sociologia dell’ambiente e del territorio dell’Università di Trieste anticipando un intervento che terrà a ottobre in occasione di Accadueo, mostra internazionale dell’acqua che si terrà a Bologna. «Le organizzazioni sociali si sono adoperate per prelevare e soprattutto distribuire l’acqua fra i propri membri secondo modalità che portano a una maggiore o minore equità».

Un problema politico ed economico

Il problema è infatti insieme politico, economico e culturale: «Ci siamo allontanati da un gestione diretta dell’acqua, demandata a istituzioni e aziende private», spiega Nadia Breda, docente di antropologia ambientale all’Università di Firenze. «Questo ha spostato l’attenzione dalla necessità di acqua alle logiche del profitto». Secondo molti antropologi una riappropriazione nella gestione idrica a livello delle singole comunità risolverebbe molti problemi. Secondo altri punti di vista, invece, una soluzione verrebbe da una migliore gestione economica e dal contenimento degli sprechi: «Ci sarebbe un modo molto semplice per non sprecare l’acqua: farla pagare un po’ più cara», scrive Chicco Testa, autore di Contro (la) natura. Perché la natura non è buona né giusta né bella (Marsilio). «Invece la maggior parte degli italiani nemmeno sa quanto spende in bolletta. Ma i fautori dell’acqua pubblica riescono a sostenere contemporaneamente che l’acqua debba essere gratis e che però non vada sprecata, incuranti di ogni più elementare logica economica». Ma dal momento che i maggiori utilizzatori di acqua non sono i privati, ma le attività industriali e agricole, occorrerebbero interventi tecnologici adatti a un pianeta globale: ad esempio stimolando investimenti in efficienza attraverso l’irrigazione goccia a goccia in agricoltura, tecnologia che permette di evitare sprechi, oppure il riutilizzo delle acque reflue nell’industria. Ma su questo c’è ancora molto da fare.

L’articolo completo su Airone, luglio 2018

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