C’è qualcosa di più fastidioso dei narcisisti selfie in palestra, davanti allo specchio? A sentire chi li fa sono solo un modo per raccontare la propria giornata, ma in realtà rappresentano uno strumento per vantarsi di un corpo statuario. Eppure molti studi hanno dimostrato che le persone più apprezzate online non sono quelle che condividono ogni attimo della loro intimità, magari ostentandolo. Tutt’altro: «Ottengono più like post o immagini che generano emozioni o un valore in chi li vede», aveva detto in un’intervista Giuseppe Riva, psicologo della comunicazione all’Università Cattolica di Milano. Il problema è quando, come accade troppo spesso, viene superato il limite di un pudore sano. Questo infatti alla lunga infastidisce gli utenti, che ne colgono la finalità narcisistica. Negli Usa questo fenomeno è stato battezzato humblebrag: in pratica ci si vanta di qualcosa, nascondendo però l’autocelebrazione dietro ad altre finalità fasulle. Purtroppo però questo genera confronti: «Gli utenti che usano maggiormente Facebook», aggiungeva Riva, «tendono a considerare i propri amici come più felici e più fortunati di loro, ma questo può portare allo sviluppo di sintomi depressivi».
I “concorsi di bellezza” su Instagram
Il problema è che oggi si inizia presto. Da tempo negli Usa è nata la moda dei concorsi di bellezza digitali in cui gli utenti inviano a gruppi di contatti, tramite Instagram o SnapChat, immagini del proprio corpo a cui gli amici danno un punteggio. Purtroppo le protagoniste sono ragazzine tra i 12 e i 15 anni. Ormai diffusa anche da noi, questa abitudine ci racconta di quanto tra i giovanissimi (ma non solo) i social abbiano contribuito a farci dimenticare il senso del pudore. Ma c’è un’altra forma di spudoratezza tipica del mondo digitale: quella di chi condivide senza imbarazzo frammenti personalissimi della propria vita e dei propri sentimenti. Così annunciare la morte di un proprio caro, con tanto di foto al funerale, sembra ormai normale. Le ragioni sono tante: da un lato un narcisismo diffuso, dall’altro una difficoltà a comunicare faccia a faccia. Se parlare di temi come la morte è difficile di persona, l’annuncio postato online sembra una soluzione: secondo Louis Manza, psicologo al Lebanon Valley College in Pennsylvania (Usa), «da un punto di vista cognitivo una comunicazione di questo tipo è più facile da affrontare: posti, torni dopo otto ore e leggi tutti i commenti, senza preoccuparti di avere una conversazione difficile».
Come in un reality. Secondo Vanni Codeluppi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Iulm di Milano e autore di Mi metto in vetrina (Mimesis), queste tendenze sembrano «voler rompere quelle regole che il processo di civilizzazione dell’Ottocento ha via via definito». Il concetto di riservatezza della sfera personale, infatti, nasce solo con la borghesia del Diciannovesimo secolo. «Dopo più di un secolo sembra che le persone tendano a rinunciare al proprio diritto alla privacy allo scopo di riuscire a essere più efficaci sul piano della comunicazione della propria identità». In altre parole esibiscono senza problemi il loro corpo e la vita privata agli estranei seguendo il modello dei concorrenti dei reality show, ai quali vogliono avvicinarsi.
L’articolo completo su Airone, aprile 2018