I segreti della supermemoria

Woman brain conceptDimenticate sempre le chiavi di casa? Potrebbe non essere solo distrazione. Oggi sappiamo infatti che ben il 60 per cento delle nostre funzioni cognitive ha a che vedere con la biologia: è quanto emerge da uno studio guidato da Alex Fornito del Melbourne Neuropsychiatry Centre della University of Melbourne (Australia) e pubblicato sul Journal of Neuroscience. Secondo la ricerca alcuni degli effetti più rilevanti del dna sul cervello riguardano proprio le regioni della corteccia prefrontale che svolge un ruolo fondamentale nella pianificazione, nel pensiero strategico, nella decisione e soprattutto nella memoria. Fino a poco tempo fa si riteneva che l’influenza dell’ambiente sulla mente fosse alla base delle differenze di prestazioni cognitive. Oggi invece sappiamo che conta molto la predisposizione biologica: chi ha una memoria biologicamente forte ma non la esercita avrà sempre meno possibilità di incorrere in amnesie di chi ha una memoria normale ma la esercita costantemente.

La memoria dello studente

L’esercizio è comunque importante, ad esempio per imparare a evitare quei vuoti di memoria che gli studenti conoscono bene: «Si tratta di un fenomeno molto comune», spiegava in un’intervista Vincenzo Cestari, psicologo alla Sapienza di Roma. Nella memorizzazione di un’informazione un ruolo fondamentale gioca infatti il contesto in cui essa viene acquisita: «Se ci troviamo in condizioni simili a quelle in cui abbiamo studiato è più facile recuperarla», aggiunge Cestari. Il che ovviamente non avviene quando uno studente è di fronte al professore, in un luogo ben diverso dalla stanza dove ha preparato l’esame. Non a caso si basa su questo concetto una delle tecniche mnemoniche preferite dalle persone dotate di una memoria straordinaria, quella dei loci (“luoghi”, in latino). Con questo sistema, citato già da Cicerone, i singoli dati o nomi da ricordare vengono mentalmente sovrapposti a immagini di un percorso ben scolpito nella mente, come ad esempio quello che ci conduce da casa a lavoro. La rappresentazione visuale aiuta infatti a ricordare l’ordine di fatti o oggetti.

Tutti possiamo sviluppare la memoria

Una scorciatoia sono anche appunti e agende. Ma con qualche limite: «Possono farci credere di avere tutto sotto controllo anche quando non è così e non ci permettono di gestire gli imprevisti», mi ha detto lo psicologo milanese Davide Algeri. «Per molte persone che temono di non ricordare seguire liste di impegni può infatti diventare un’ossessione». Meglio quindi contare sulle associazioni mentali, processi che avvengono naturalmente nei bambini ma anche nei campioni di memoria. A confermarlo uno studio pubblicato da Nature secondo cui la supermemoria non dipende tanto da aree cerebrali ipersviluppate ma da buone strategie di apprendimento, meglio se basate sull’immaginazione.

Impariamo le lingue così

Partendo da queste constatazioni Greg Detre, un neuroscienziato dell’Università di Prenceton (Usa), e il campione di memoria britannico Ed Cooke hanno creato insieme il software di apprendimento lessicale Memrise che sfrutta il principio della codifica elaborativa. In altre parole, più significati siamo in grado di collegare a un’informazione e più probabilità abbiamo di ripescarla nella memoria. Uno dei modi migliori per farlo è associare il concetto da ricordare a un altro che già conosciamo. Proprio quello che fa Memrise, che raccoglie in un database parole di diverse lingue di cui gli utenti suggeriscono visualizzazioni mentali utili a memorizzarle. Così, ad esempio, per memorizzare la parola italiana “vorrei” un utente suggerisce di associarla alla sua traduzione inglese “I would like” imparandosi la frase “I would like a drink for Ray”, ovvero “Vorrei un drink per Ray”. In questo modo uno studente americano di lingua italiana associa il concetto di richiesta espresso dal termine italiano a due delle parole contenute nella frase inglese: “for”, che ne ricorda la prima parte (“vor-“), e “Ray”, che richiama la seconda (“-rei”). E il gioco è fatto.

puntoesclamativoSmemorati? Colpa di Arc. C’è una proteina nel cervello che funziona come un interruttore che accende e spegne i ricordi: chiamata Arc e individuata da ricercatori della University of California (Usa) per ora solo nei topi, sarebbe responsabile dei ricordi a lungo termine. Durante l’apprendimento di informazioni e abilità nuove, nelle cellule questa proteina si sposta dalla periferia verso il nucleo. Si ritiene che la diversa collocazione abbia a che vedere con l’accumulo delle esperienze e quindi con la memoria.

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