I pensieri che fanno male

Depressed Man Portrait

“Non sono come dovrei essere”, “Gli altri sono meglio di me”, “Faccio solo errori”: quante volte rimuginiamo su noi stessi e la nostra mente sembra bloccata su pensieri negativi… Gli psicologi ci mettono in guardia: questi pensieri, detti “disfunzionali”, sono velenosi per la nostra mente. Discorso analogo per tutte quelle deduzioni arbitrarie e rigide di cui ci riempiamo la mente: “Tanto non c’è soluzione”, “È inutile andare avanti”, “Sarà sempre così”. La loro pericolosità sta nel fatto che sono convinzioni immutabili e autolesionistiche: «Sono pensieri che ci portano a provare emozioni negative intense e durature, a comportarci in modo inefficace e limitativo», mi ha spiegato Mauro Pillan, formatore, coach e autore di Parti da te! La road map per il tuo successo (Franco Angeli). Ma se fanno male, perché continuiamo a produrli? «Spesso sono automatici, cioè sono stati praticati così frequentemente da diventare abituali e da sfuggire alla nostra consapevolezza». E poi ragionare, a volte troppo, è qualcosa che gli esseri umani sanno fare bene: «Sentiamo tutti il bisogno di etichettare e definire come giusti o sbagliati i comportamenti propri e altrui, gli stati emotivi, gli eventi della vita», aggiunge Marco Telesca, psicoterapeuta cognitivo comportamentale a Milano. Insomma, pensiamo troppo.

Essere intelligenti è pericoloso?

Parlando della nostra tendenza a ragionare tanto e in modo sbagliato, nel suo Psicotrappole, ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle (Ponte alle grazie) lo psicoterapeuta Giorgio Nardone scrive: «Nella mia esperienza di clinico i casi più incredibili e difficili da trattare riguardavano persone eccezionalmente dotate: proprio in virtù delle loro capacità superiori questi soggetti estremizzano anche i problemi». Le persone intelligenti sembrerebbero più portate a elaborare pensieri eccessivi, autolesionistici e inutili: l’intelligenza è quindi un ostacolo alla felicità? «Non è un impedimento, tuttavia rende più lungo il percorso per raggiungere la felicità», dice Telesca. «Se la tendenza a categorizzare, etichettare e spiegare la realtà è innata nell’uomo, le persone intelligenti la mettono in atto ancora di più».

La soluzione? L’intelligenza emotiva

Il modo migliore per usare l’intelligenza evitando di farci del male con i nostri stessi pensieri passa dall’intelligenza emotiva, secondo la definizione dello psicologo americano Daniel Goleman: dovremmo cioè concentrarci sulle emozioni evitando la rigidità dei pensieri analitici e razionali che ci impediscono di guardare ai nostri problemi da punti di vista alternativi. Quando infatti osserviamo il mondo e noi stessi in modo troppo razionale apriamo la strada alle ossessioni. È quello che succede con le pazienti anoressiche, che pensano “Devo essere magra perché non sopporto l’idea di ingrassare”. Questo può diventare un pensiero ossessivo: “Temo costantemente di ingrassare e questo pensiero mi deprime, ma siccome non voglio ingrassare per nessuna ragione non posso e non voglio abbandonare questo pensiero”. La persona può quindi essere consapevole dell’irrazionalità o dell’infondatezza della sua ossessione, ma non riesce (e non vuole) sottrarsene. «Più ci infiliamo in questi circuiti di pensiero senza fine, più attiviamo scenari negativi che si autoalimentano», conclude Pillan. Il risultato è che per paura di non farcela finiamo col sabotare continuamente la nostra stessa felicità.

L’articolo completo su Airone, novembre 2017

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