Perché spilucchiamo?

fameEssenzialmente per abitudine. Lo spiega il neurologo Eliezer J. Sternberg in un articolo su Psychology Today: «Succede frequentemente quando siamo distratti: la ragione per cui i medici sconsigliano di mangiare mentre si guarda la tv è proprio perché ci spinge a mangiare troppo», scrive. In quella situazione infatti la nostra attenzione è monopolizzata e l’azione di ingerire cibo finisce con l’essere controllata solo dai circuiti cerebrali che sovrintendono alle abitudini. Così mangiamo “meccanicamente”, anche oltre la reale necessità. Ma c’è anche un altro caso: quando siamo stressati. Succede ad esempio in ufficio quando lo stress ci spinge a consumare snack alle macchinette. In questi casi il nostro corpo è presente, ma la nostra mente vuole allontanarsi dalla situazione ansiogena. Questo distacco crea un “vuoto” che cerchiamo di riempire con il cibo che, stimolando il gusto, ci fa sentire nuovamente agganciati alla realtà.

Il cibo è rassicurante

La voglia di mettere qualcosa sotto ai denti è quindi anche influenzata da fattori psicologici. Il rapporto col cibo, e quindi con la fame, inizia dalla nascita: sperimentiamo infatti il nostro primo stato d’ansia nel momento in cui veniamo al mondo, ansia che si calma solo alla prima poppata. «Attraverso il cibo», mi ha spiegato lo psicoterapeuta Gianni Ferrucci, «costruiamo il primo legame affettivo e protettivo, quello con la madre che ci calma con la poppata appena ci mette al mondo. Quando siamo adulti continuiamo ad attribuire all’alimentazione questa funzione consolatoria e rassicuratrice». In particolare segno dei tempi moderni è anche la cosiddetta fame affettiva o emotional eating: sottoposti a particolari stress emotivi, siamo spinti a mangiare anche senza un’esigenza fisiologica.

La “fame nervosa”

Gli episodi di fame emotiva sono più ricorrenti tra le donne, in relazione a vissuti di ansia, inquietudine, sentimenti negativi verso se stessi, rabbia, disagio generico, in concomitanza con una dieta molto restrittiva o alternata a periodi di grandi abbuffate. Così posti di fronte a compiti intellettuali impegnativi, e magari poco gratificanti, siamo portati a mangiare più del necessario o a sgranocchiare snack fuori orario. Sharman Apt Russell, autrice di Fame, una storia innaturale (Codice edizioni) cita un esperimento: «Quando alcuni psicologi misero dei soggetti a giocare con un videogame noioso, un videogame neutro e un videogame coinvolgente prima di selezionare uno snack, al videogame noioso seguì una maggiore intraprendenza alimentare rispetto al videogame coinvolgente». In altre parole, una società che ci porta, per motivi di lavoro o di studio, a investire su attività intellettuali scarsamente coinvolgenti potrebbe spingerci a “spiluccare” fuori orario. Del resto sono proprio le società occidentali ad aver inventato il cosiddetto junk food, il cibo spazzatura che riempie ormai le nostre case.

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