Padri separati, padri dimenticati

padri divorziati.jpgSecondo il Rapporto Caritas 2014 su povertà ed esclusione sociale, in Italia i padri separati sono circa 4 milioni e di questi 800mila vivono al limite della soglia di povertà. Complice la crisi, per contribuire al mantenimento dell’ex moglie e dei figli questi uomini non hanno infatti i soldi per pagarsi un affitto e alcuni si vedono perfino costretti a dormire in strada o in auto e a mangiare alle mense dei poveri. Il fenomeno è in continua crescita, in una società che sembra aver dimenticato i papà. Lo testimonia l’andamento dei servizi rivolti ai padri separati, come quello della stessa Caritas: «Dal 2013 a oggi sono aumentate le richieste di alloggi e servizi residenziali», ha detto Federica De Lauso, responsabile dell’Ufficio studi dell’ente di beneficenza. Ma oltre il danno materiale c’è quello psicologico, frutto di una cultura che da decenni ha posto i padri in secondo piano rispetto alle madri: secondo l’Istat in Italia il 49 per cento delle coppie che si separano e il 33 di quelle che divorziano hanno almeno un figlio minore e nel 92 per cento dei casi a occuparsi della prole è solo la madre.

Disparità di trattamento?

Se è vero che molti conflitti coniugali sono spesso innescati dall’abbandono del tetto coniugale da parte del padre, è comunque vero che dopo una separazione esiste ancora oggi uno sbilanciamento di diritti tra padri e madri a favore delle seconde: «Contribuiamo a sensibilizzare l’opinione pubblica presentando le problematiche dei padri separati e mettendo in luce le disfunzioni di un sistema legislativo che troppo spesso li rende svantaggiati», si legge nella presentazione del sito dell’Associazione padri separati (Aps), una delle realtà che da tempo seguono l’iter processuale della separazione affiancando ai padri professionisti che tutelino i loro diritti e fornendo loro supporto psicologico. Questa differenza di trattamento tra madri e padri è motivata da ragioni culturali: «Nella nostra cultura i figli sono ancora affari da donne», mi ha spiegato Paola Di Nicola, sociologa e docente di Politiche sociali e della famiglia all’Università di Verona. «Queste infatti hanno spesso meno forza negoziale nei confronti del partner dal quale si separano, partner che talvolta non si rende nemmeno conto che i bambini hanno esigenze pratiche: non solo devono mangiare tutti i giorni, ma hanno anche bisogno di visite mediche, di abiti nuovi perché crescono velocemente e altro ancora». Le esigenze di base sembrano infatti essere ancora in capo alle madri e questo ha portato il legislatore, in caso di separazione, a prestare più attenzione alle necessità delle donne. Ma in questo modo si può generare una forma di prevaricazione delle madri nei confronti degli ex compagni: «Non di rado i figli diventano la leva con cui le ex mogli cercano di aumentare il loro potere negoziale».

La sfida dei figli senza padre

Tutto ciò però ha anche importanti ricadute sociali, se si considera che due milioni e mezzo di bambini italiani vivono in famiglia senza un padre come conseguenza della separazione dei genitori: «Le famiglia monogenitoriali sono sempre esistite, ma nel passato erano composte quasi esclusivamente da vedove», prosegue la sociologa. «Oggi l’incremento di questa forma famigliare dipende dal fatto che i tassi di separazione crescono». Certo vivere senza padre perché questo è morto è un’esperienza diversa rispetto a quella di vivere senza il padre perché se n’è andato. «Nel primo caso la perdita del padre è irreversibile e incolpevole mentre i figli dei separati passano periodi, più o meno lunghi, in cui pensano o sperano che il genitore separato torni e non di rado si attribuiscono la responsabilità di ciò che è accaduto». Da un punto di vista sociologico questi ultimi sono bambini chiamati a confrontarsi con una complessità relazionale nuova: a volte la madre ha un nuovo uomo e spesso devono fare i conti con la compagna del padre. «Per loro la finestra sul complesso mondo relazionale degli adulti si apre precocemente e con possibile insicurezza, aggressività o sfiducia negli adulti».

L’articolo completo su Airone, aprile 2017

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