Vendicarsi fa bene?

Tito AndronicoA volte sì: la vendetta può essere una strategia funzionale alla sopravvivenza in contesti fortemente competitivi, nei quali la rinuncia alla vendetta può essere interpretata come un pericoloso segnale di debolezza. «Del resto», mi ha spiegato Francesca Giardini, sociologa all’Università di Groninga (Paesi Bassi) e autrice di La tentazione della vendetta (Il Mulino), «il fatto che nel corso dell’evoluzione umana questo comportamento non sia stato eliminato è una prova indiretta della sua efficacia». In altre parole, provare il desiderio di reagire a un torto subito è umano e sensato. «Non bisogna commettere l’errore di credere che la vendetta sia sinonimo di ira cieca, mancanza di autocontrollo e necessariamente generatrice di azioni criminali e terribili, come l’omicidio». In alcune circostanze vendicarsi è utile a ribadire la propria individualità e la propria autonomia di fronte a chi quell’autonomia ha limitato: anche la letteratura ne ha parlato, come William Shakespeare nella sua celeberrima Tito Andronico (nella foto, un fotogramma di Titus, 1999, rivisitazione in chiave contemporanea della tragedia shakespeariana). Del resto una ricerca condotta da Nichola Raihani dello University College of London, e pubblicata alcuni anni fa da Biology Letters, spiega che essa serve anche a recuperare la cooperazione all’interno delle comunità. Fin dagli albori dell’evoluzione nei gruppi umani i membri delle tribù hanno sempre aiutato gli altri, con la certezza che prima o poi questi ricambino i favori. Tuttavia, come emerge anche da uno studio del 2009 condotto all’Università di Zurigo (Svizzera), con questa loro spiccata attitudine a cooperare gli esseri umani corrono il rischio di farsi sfruttare: la vendetta servirebbe quindi a rimarcare l’importanza di non tradire questo patto di cooperazione.

Quando è una malattia mentale

Ci sono però casi in cui questo sentimento è psicopatologico. È quanto avviene nella paranoia: «Il paranoideo ha una modalità alterata di leggere la realtà», mi ha detto Marco Cannavicci, psichiatra e consulente presso l’Ufficio medico legale del Ministero della salute. «Ritiene infatti di essere perseguitato e questa sua convinzione immodificabile lo porta a vivere un marcato senso di ingiustizia che lo autorizza alla vendetta», aggiunge lo psichiatra. In questo caso l’atto vendicativo non è solo un delitto ma anche un disturbo psichico: un vizio di mente, quindi, che esclude l’imputabilità in quanto il soggetto è considerato incapace di intendere e di volere.

Vendetta, uno dei principali moventi

Che sia di tipo paranoico oppure no, la vendetta è comunque uno dei quattro principali moventi criminogeni insieme alla ricerca del piacere, all’odio e al vantaggio personale. Quando il crimine è motivato da vendetta, in genere non è frutto di un impulso emotivo ma il risultato di una lenta elaborazione di un piano: «La rabbia conduce ad azioni immediate e impulsive, mentre la vendetta è tipicamente un “piatto che va consumato freddo”», aggiunge Cannavicci. «Agendo in modo freddo il soggetto vendicativo riesce a essere razionale, è attento a non lasciare tracce ed è accorto a non farsi identificare: per questo le indagini sui crimini commessi per vendetta sono particolarmente difficoltose».

L’articolo completo su Airone, marzo 2017. Altre domande e risposte su I 500 perché. Domande e risposte per tutta la famiglia (Cairo). In libreria.

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