Mollo tutto e vado all’estero

fuga-di-cervelliAl primo gennaio 2016 erano più di 4,8 milioni gli italiani residenti all’estero, dato che segnava una crescita del 3,7 per cento rispetto all’anno precedente. A pubblicare questi dati è il rapporto Italiani nel mondo 2016, redatto dalla Fondazione Migrantes e presentato a ottobre. Inoltre dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9 per cento, soprattutto verso quegli Stati che accolgono le più numerose comunità di italiani: Argentina, Germania e Svizzera. Quello delle nuove migrazioni è un fenomeno che riguarda oggi, ovviamente, soprattutto i giovani: il 36,7 per cento di chi ha scelto di emigrare nel 2015 aveva tra i 18 e i 34 anni. «La mobilità dei più giovani», si legge nel rapporto, «non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su continue e sempre nuove opportunità».

La “nuova” fuga dei cervelli

Siamo di fronte alla cosiddetta “fuga dei cervelli”? Secondo gli esperti il termine non è più corretto. «Il fenomeno è più complesso», mi ha spiegato Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano e presidente dell’associazione InnovarexIncludere. «È vero che molti partono per carenza di lavoro, ma molti altri per desiderio di fare nuove esperienze». Ed è giusto che sia così: «Per i ventenni di oggi la finestra sulle opportunità non è più quella che si apre sul quartiere, ma quella a cui si accede da un computer collegato con il mondo intero». Il futuro dei ventenni è quindi ovunque, anche se il legame con il territorio di origine rimane comunque forte. «Inoltre», rincara Francesca Prandstraller, docente di Sviluppo e carriere presso l’Università Bocconi di Milano e autrice di Vivere all’estero. Guida per una relocation di successo (Egea), «questa dinamica ha un lato positivo: se i giovani vanno a lavorare fuori Italia significa che sono qualificati».

L’età migliore per lasciare l’Italia

Del resto sociologi ed economisti rilevano una profonda differenza, in positivo, nel modo di espatriare dei più giovani rispetto a quello delle generazioni precedenti: «Gli attuali under 35», aggiunge Rosina, «sono molto più aperti al mondo e al confronto con esperienze e culture diverse». I giovani usciti dall’università hanno spesso già fatto esperienze internazionali con l’Erasmus, parlano le lingue e sono nativi digitali. «Sono più preoccupata per la generazione dei 35-45enni che scappano dal precariato», aggiunge Prandstraller: «non hanno le stesse competenze ma pensano che l’estero sia la soluzione. Purtroppo però sono molto più vulnerabili dei loro “fratelli minori”».

L’articolo completo su Airone, gennaio 2017

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