Come ricordiamo i sogni?

sognoCinquantamila ore: a tanto ammonta il tempo che, nell’arco della vita, trascorriamo sognando. Avvolta tra mistero e fascino, l’attività onirica ha sempre avuto un ruolo centrale in ogni cultura: a volte strumento per comunicare con dio (basti pensare ai profeti, a cui le divinità apparivano in sogno) altre volte mezzo per predire il futuro. «Da sempre l’interesse per i sogni accompagna l’umanità e, nel Novecento, anche la scienza se n’è occupata», mi ha spiegato Luigi De Gennaro, professore associato all’Università La Sapienza di Roma e autore di numerosi studi sulla neurofisiologia del sonno. «Nel secolo scorso la psicoanalisi ha invece capito che possono rappresentare uno strumento per comprendere la mente». Per la scienza però l’attività onirica resta un argomento di ricerca ancora relativamente misterioso. Pierre Maquet, neurologo e ricercatore all’Università di Liegi (Belgio), uno tra i principali studiosi in questo ambito, mi spiega che bisogna distinguere tra ricerche sui sogni e ricerche sul sonno: «Iniziamo a comprendere le funzioni del sonno profondo mentre quelle del sonno paradosso o rem (rapid eye movement, caratterizzato cioè da movimenti rapidi degli occhi) sono meno conosciute, nonostante l’importanza che esso riveste nello sviluppo cerebrale. La ricerca sui sogni è ancora più nebulosa: il loro studio è reso difficile dal fatto che l’accesso al loro contenuto è soggettivo».

Perché a volte li dimentichiamo?

Di certo sappiamo che, in genere, ricordiamo soltanto l’ultimo sogno fatto mezz’ora al massimo prima del risveglio. In realtà facciamo molti più sogni: durante otto ore di sonno il cervello ne genera certamente di più. La domanda che però tutti si pongono è sempre la stessa: perché alcune persone ricordano più facilmente i sogni e altre li dimenticano appena aperti gli occhi? «Non lo sappiamo con esattezza», spiega Maquet, «ma pensiamo che dipenda da un certo apprendimento oltre che alla qualità del sonno». Questa esperienza è ben nota a chi si sottopone a terapia psicoanalitica, durante la quale viene talvolta richiesto al paziente di rievocare i sogni: «Si è visto che il solo fatto di volerli ricordare aumenta la capacità di non dimenticarli», aggiunge De Gennaro. «Tuttavia se ricordiamo o meno un sogno dipende anche dalla fisiologia del sonno: se ci svegliamo dal sonno rem la probabilità di ricordare i sogni è dell’80 per cento, se ci svegliamo dal sonno non rem la probabilità scende al 50».

La chimica del sogno

Ma non solo: uno studio condotto dallo stesso De Gennaro insieme a colleghi del Dipartimento di psicologia dell’Università La Sapienza di Roma, del Dipartimento di neurologia clinica e comportamentale dell’Istituto Santa Lucia di Roma e dell’Università dell’Aquila ha scoperto inoltre che la capacità di ricordare i sogni, così come le caratteristiche individuali di maggiore o minore assurdità o vividezza, dipendono anche da fattori biochimici. Grazie alle tecniche di neuroimmagine, i ricercatori hanno dimostrato che è la dopamina il principale neurotrasmettitore coinvolto nel determinare le tipologie di sogno. Per realizzare lo studio, pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, il gruppo di ricerca ha scelto come modello la malattia di Parkinson, caratterizzata da una carenza di dopamina, dimostrando come nei pazienti colpiti dalla patologia i sogni siano assenti o comunque dimenticati, e molto meno vividi, realistici e complessi. È stato inoltre possibile individuare una delle aree più interessate dalla formazione dei sogni: «Mettendo a confronto individui che abitualmente ricordano i sogni e individui che abitualmente li dimenticano è stato possibile rilevare una differenza di attività della giunzione temporo-parieto-occipitale, di fatto la sede dei sogni», spiega De Gennaro. Studi sulla cosiddetta anoneria, ossia la perdita di ogni ricordo dei sogni dopo una lesione cerebrale, hanno confermato: questa condizione è spesso conseguenza di una lesione proprio di quest’area.

puntoesclamativoQuando il corpo influenza il sogno. Le percezioni sensoriali provate durante il sonno possono infatti “entrare nel sogno”: «La prima descrizione di questo fenomeno», racconta Luigi De Gennaro, «risale ad Alfred Maury, studioso francese vissuto nell’Ottocento, che raccontò un suo sogno in fase di addormentamento: si trovava ai tempi della rivoluzione francese quando venne messo alla ghigliottina e nel momento in cui sentì la lama piombargli sul collo si svegliò di soprassalto e scoprì che gli era caduta la spalliera del letto sulla testa».

L’articolo completo su Airone, ottobre 2016

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