Mettiamo i puntini sulle “i”

03062015«Mi ha scritto “buonanotte” senza faccine e senza punti esclamativi: è diventato freddo, non mi vuole più». Quante volte, di fronte a un messaggio WhatsApp, ci facciamo venire le “paranoie” su questioni di lana caprina come appunto il numero di segni di interpunzione e le emoticon usate dal nostro interlocutore. Non nascondiamoci, lo facciamo tutti: «Un messaggino tra innamorati può essere causa di dubbi e paure quando non è accompagnato da faccine, cuoricini e tanti punti esclamativi. In fondo oggi la punteggiatura serve anche a esprimere emozioni», mi ha spiegato Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali presso l’Università degli studi di Catania, con cui ho già parlato di emoji.

Quante paranoie…
La giornalista del New York Times Jessica Bennett ha recentemente raccontato un aneddoto, in un articolo sul tema: «Io e una mia amica avevamo in programma di uscire insieme. Il giorno dell’appuntamento mi ha scritto un messaggio chiedendomi semplicemente “a che ora ci vediamo”, senza punto interrogativo. Quella domanda posta senza punto di domanda dimostrava indifferenza, quasi freddezza». A volte però il destinatario esagera: «La sovrainterpretazione», aggiunge Bennato, «è spesso dovuta a una mancanza di un contesto comune fra le persone coinvolte nel dialogo». In altre parole la causa è spesso la mancanza di un dialogo più profondo, e forse di un po’ di fiducia. E comunque a volte scriviamo così solo per essere brevi. Sms, WhatsApp e Facebook Messenger stanno infatti influenzano il modo di scrivere e a farne le spese è innanzitutto la punteggiatura: punti, due punti, virgole, punti di domanda sono ormai per molti un impiccio e quindi vengono spesso eliminati, quando scriviamo velocemente un sms. Una ricerca condotta da Naomi S. Baron e colleghi del dipartimento di Lingue e studi internazionali dell’American University di Washington (Usa) mostrava già nel 2007 come solo il 39 per cento degli studenti universitari utilizzasse un segno di punteggiatura per separare due frasi di un sms.

Un punto aggressivo
Così i segni di punteggiatura sopravvissuti spesso cambiano uso: oggi ad esempio tendiamo a usare la virgola per segnalare il confine tra due frasi («Vengo domani, scusa ma oggi non ho tempo») al posto del punto, perché ci sembra troppo perentorio. E infatti già a fine 2013 sul magazine online New Republic l’editorialista e commentatore Ben Crair spiegava come mettere un punto alla fine di una frase in chat o su WhatsApp abbia acquisito un significato diverso rispetto a quello grammaticale: «Nelle mie conversazioni online», scrive Crair, «la gente non lo utilizza semplicemente per chiudere una frase, ma per segnalare una cosa del tipo “non sono contento di come si stia mettendo la conversazione». L’autore sostiene che una delle cause di questo cambiamento può essere la diffusione dei servizi di messaggistica istantanea come WhatsApp, nei quali per separare un concetto dall’altro basta fare “invio” e scrivere un nuovo messaggio senza costi aggiuntivi. Pertanto scegliere di aggiungere un punto fa sì che il destinatario si chieda perché il mittente abbia avvertito la necessità di farlo: se il punto manca (“A dopo”) il tono è percepito come neutro, se invece c’è spesso è per rendere incisiva, se non aggressiva, un’affermazione. Insomma, se alla vostra metà scrivete «Usciamo insieme stasera?» e lei vi risponde con un «Meglio di no.» forse c’è qualcosa che non va.

 

puntoesclamativo«Svegliatevi!1!1!1!!!111», «Aprite gli occhi!1!11!1!1111!». L’abitudine su Facebook di enfatizzare un discorso usando una sequenza di punti esclamativi e di “1” alternati per attirare l’attenzione del lettore sembra oggi essere di moda. «Le origini deriverebbero da un errore di battitura: il tasto del numero 1 e del punto esclamativo è lo stesso», dice Bennato. Un refuso che è diventato però marchio di fabbrica di alcune comunità digitali, in particolare gli appassionati di argomenti complottistici. Scrivere intenzionalmente in quel modo significa quindi ironizzare su argomenti sensazionalistici di cui spesso la rete si nutre.

 

L’articolo completo su Airone, giugno 2015

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