Perché oggi le amicizie non durano?

20052015«Tutti vogliono avere un amico, nessuno si occupa d’essere un amico», affermava lo scrittore francese Alphonse Karr a fine Ottocento. I tempi cambiano ma ancora oggi farsi nuovi amici, specie se superata l’adolescenza, sembra difficile tanto quanto mantenere le vecchie conoscenze. Eppure l’amicizia non è importante solo da giovani, se non altro per i comprovati benefici che assicura a mente e corpo. Lo ha dimostrato, solo per citare un esempio, uno studio condotto da William M. Bukowski, psicologo e direttore del Centre for research in human development della Concordia University di Montreal (Canada), condotto su 55 bambini e 48 bambine di diverse scuole cittadine. Pare in particolare che avere una buona rete di amici aiuti i piccoli ad affrontare serenamente i momenti difficili o stressanti della vita. Al centro della ricerca è il cortisolo, un ormone prodotto dall’organismo in condizioni di stress. «Se un bambino si trova da solo quando viene sgridato da un insegnante o mentre litiga con un compagno, i suoi livelli di cortisolo aumentano. E contemporaneamente ne risente la sua percezione di fiducia in se stesso, strettamente correlata a questo ormone», ha spiegato Bukowski. «Durante l’adolescenza infatti l’amicizia è utile ai bambini a sperimentare emozioni che non potrebbero vivere in famiglia».

Sin dall’infanzia
Del resto sono proprio infanzia e adolescenza i momenti in cui più facilmente facciamo amicizia. «Già prima dei due anni siamo in grado di stabilire relazioni», mi ha spiegato Alessandra Fermani, ricercatrice confermata di Psicologia sociale presso l’Università di Macerata. «A quell’età i bimbi cercano i pari per giocare e sono in grado di condividere le tristezze altrui». Anche le ricerche condotte da Colwyn Trevarthen, docente di Psicologia del bambino presso l’Università di Edimburgo (Regno Unito), dimostrano come fin dalla nascita siamo predisposti geneticamente a gestire le emozioni quando siamo con gli altri. «È infatti durante questo periodo che aumenta la considerazione per valori come fedeltà, lealtà, fiducia ed esclusività», prosegue la psicologa.

Protegge il cuore
Eppure oggi sempre più adulti avvertono l’esigenza di riscoprire l’amicizia trascurata o mai coltivata durante l’infanzia e l’adolescenza. Ma è difficile: scuola, università e ambienti sportivi sono i contesti giovanili che maggiormente facilitano le nuove conoscenze. Da adulti tutto si fa più complesso. È infatti soprattutto nei periodi di cambiamento che l’amicizia scaturisce facilmente. «Inoltre l’attuale società, che il filosofo Zygmunt Bauman definisce “liquida”, garantisce una maggiore mobilità sociale», mi racconta Luigi Aprile, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Firenze. «Questo però implica una maggiore difficoltà a mantenere i rapporti». Eppure anche da adulti sarebbe importante: una ricerca olandese su 2800 pazienti cardiopatici ha segnalato che, a due anni dall’ultimo infarto, chi dichiarava di avere buoni amici ha una possibilità doppia di sopravvivenza. Ancora meglio per il sistema immunitario: lo ha stabilito un ulteriore studio dell’Università di Pittsburgh (Usa) su 276 volontari tra i 18 e i 55 anni: chi aveva molti contatti sociali mostrava una probabilità quattro volte inferiore di prendere il raffreddore.

Genuinità…
Da adulti spesso preferiamo passare il tempo con persone che “ci servono”, come i colleghi di lavoro. Tuttavia i legami solidi hanno bisogno di genuinità: uno studio di alcuni anni fa condotto da Peter De Scioli e Robert Kurzban, psicologi cognitivi dell’Università della Pennsylvania (Usa), aveva smentito l’opinione comune secondo cui a spingerci a diventare amici di qualcuno sarebbe la valutazione inconscia dei vantaggi che la relazione potrebbe portare, come ad esempio uno scambio di aiuto. Ad attirarci verso un possibile amico sarebbero invece solo affetto e vicinanza emotiva a dispetto di qualsiasi ostacolo. Robin Dunbar dell’università di Oxford, in collaborazione con studiosi delle università di Liverpool, Manchester e Edimburgo, ha infatti dimostrato che la possibilità di conservare relazioni di amicizia nel tempo è proporzionale anche alla capacità di esprimere empatia, fattore connesso alla dimensione della corteccia prefrontale.

…ed empatia
Secondo le ipotesi di Dunbar (che su questo tema ha pubblicato Di quanti amici abbiamo bisogno? edito in Italia da Cortina) per poter gestire diversi rapporti di amicizia contemporaneamente abbiamo bisogno di una capacità cerebrale che lo studioso definisce mentalising, in pratica l’immedesimazione con i pensieri dell’altro. Sottoposti a risonanza magnetica della corteccia prefrontale, la parte del cervello destinata al pensiero superiore e, quindi, anche a questa facoltà, i 40 volontari esaminati sono stati invitati a stilare una lista delle persone che conoscono nella vita di tutti i giorni (escludendo quindi rapporti di lavoro) e, successivamente, sono stati sottoposti a un test per determinare la loro capacità di mentalising. Il risultato? Lo spiega Penny Lewis, uno dei collaboratori di Dunbar: «Tanto il numero di amici di ogni soggetto quanto la loro capacità di immedesimarsi negli altri emersa dal test hanno mostrato una corrispondenza con la dimensione della corteccia prefrontale. Il che ci permette di affermare che abbiamo individuato l’area del cervello coinvolta nei processi sociali».

Il pericolo delle amicizie virtuali
L’uomo quindi possiede per sua natura capacità sociali, modulate però dall’ambiente. «Come emerge dalle ricerche, alcune persone hanno però la dote innata, oltre che affinata dalle esperienze, di entrare in relazione con gli altri», aggiunge Aprile. Una dote che si basa su alcune caratteristiche: apertura mentale, disponibilità, flessibilità, capacità di ascolto, indipendenza dagli altri e disinteresse verso se stessi. Purtroppo però una società narcisista come la nostra è poco portata a questi ultimi aspetti complici, tra l’altro, le amicizie virtuali sui social network. La dipendenza è infatti dietro l’angolo: secondo Dilney Gonçalves, ricercatore all’Università di Madrid, tanti amici virtuali possono corrispondere a una cattiva autostima.

Troppi confronti
«Molto di come giudichiamo il nostro successo è basato su come ci pensiamo in confronto ai nostri pari. Il problema è che Facebook ci dà una visione limitata delle vite dei nostri amici, percepite come irrealisticamente positive», spiega. Così qualcuno parla già di rischio depressione da Facebook se l’uso del social network porta a provare invidia verso gli altri. A suggerirlo uno studio pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior e condotto presso l’Università del Missouri. «Una delle caratteristiche tipiche del mondo virtuale è l’assunzione di identità fittizie da parte degli utenti», spiega Margaret Duffy, coordinatrice della ricerca. «La rassicurazione di poter in qualche modo celare aspetti considerati negativi del proprio sé o di poter mantenere l’anonimato permette al ragazzo di sentirsi più disinibito e di indossare le maschere dei sé ideali».

 

puntoesclamativoCambiamo amici ogni 7 anni. Ma la fragilità delle amicizie oggi riguarda purtroppo anche quelle in carne e ossa. Sono spesso semplici bugie o prestiti non restituiti a portare alla fine di un rapporto tanto che un ricambio periodico degli amici è ormai oggi inevitabile: i sociologi hanno calcolato che mediamente ogni sette anni il nostro giro cambia perché non ci troviamo più con i vecchi compagni di vita o magari solo perché abbiamo cambiato abitudini. Così circa il 50 per cento delle nostre frequentazioni è destinato a svanire. Per questo, purtroppo, pare non si possa fare molto.

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