La fatica ci rende migliori

18022015«Il migliore riconoscimento per la fatica non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie a essa». Ad affermarlo era, nella seconda metà dell’Ottocento, lo scrittore inglese John Ruskin. Ma la frase è attualissima. Pensiamo alla nostra esperienza: fare fatica fisica o mentale, nel lavoro e nella vita quotidiana, ci pesa. Eppure che soddisfazione osservare i risultati nel nostro impegno, al termine di un’impresa che credevamo non alla nostra portata… Il motivo di questo piacere è scritto nel nostro cervello: «Imparare, sentirsi competenti e capaci è così importante per la sopravvivenza della nostra specie che quando risolviamo un problema difficile o raggiungiamo un obiettivo che ci siamo dati il nostro cervello ci premia con una scarica di dopamina», mi ha raccontato lo psicologo dello sport Pietro Trabucchi, docente all’Università di Verona e autore del recente Tecniche di resistenza interiore (Mondadori). «Se così non fosse, non saremmo stimolati a imparare cose nuove e ad accettare le sfide».

La crisi si supera solo con l’impegno
Del resto ce lo ripetono spesso: l’unica soluzione per superare la crisi sociale ed economica di questi anni è impegnarsi nel nostro lavoro. Anche sfidando i nostri stessi limiti. «Non è detto che l’impegno da solo possa sempre risolvere tutto, tuttavia è importante: l’homo sapiens possiede una grande capacità di resistere alle avversità», aggiunge lo psicologo. Questo però si scontra con le dinamiche sociali: vivere in un Paese scarsamente meritocratico come il nostro può rendere inutili le nostre fatiche quotidiane. Perché lo sforzo di ciascuno abbia un valore e porti a un risultato, come un lavoro migliore e più pagato, occorre infatti che il singolo non si senta isolato: «Il contesto sociale deve riconoscere il valore del singolo», aggiunge Elena Malaguti, docente di pedagogia all’Università di Bologna e attualmente al lavoro con una ricerca sulla resilienza, la risorsa mentale che ci permette di rialzarci dopo un fallimento. «Oggi però abbiamo perso il senso della socialità e della condivisione degli sforzi, così come quello della giustizia, e questo può demotivare i singoli a perseverare».

Non abbiamo più voglia di fare fatica
Così scoraggiati (o autoassolti) dall’assenza di meritocrazia, ci troviamo di fronte a un’emergenza: la società sembra non essere più disposta a sopportare fatica. «Una cultura che spinge le persone a collegare il concetto di impegno a quello di raggiungimento degli obiettivi produce individui solidi, una che nega l’impegno e propone modelli di successo basati sugli escamotage produce individui passivi e vulnerabili», chiarisce. Tuttavia anche l’educazione ha il suo peso. Lo ha spiegato uno studio della Stanford University (Usa) condotto su bambini tra 1 e 3 anni di vita con l’obiettivo di dimostrare come l’interazione materna aiuti i piccoli ad accrescere la propria motivazione. Gli studiosi hanno analizzato infatti video di madri e bimbi in momenti di gioco e le modalità con cui le prime commentano positivamente le performance dei loro piccoli, suddividendole in due categorie: quelle che fanno riferimento alle performance in sé (“Bravo, bel lancio!”, ad esempio) e quelle che si rivolgono al bambino nel suo complesso “Sei bravo a baseball!”).

Mai dire ai bambini che sono dei campioni
Cinque anni dopo la psicologa Carol Dweck, coordinatrice dello studio, ha rincontrato i bimbi e li ha intervistati per comprenderne l’evoluzione delle capacità di motivarsi e di resistere alla fatica mentale. Risultato: i bambini che avevano ricevuto maggiori commenti del primo tipo, concentrati sulla performance, erano quelli più propensi ad accettare sfide e a sopportare sforzi e insuccessi. «Dire a un bambino “sei bravissimo!” non lo aiuta», ha spiegato Dweck, «perché quando incontrerà una sconfitta penserà che di non essere veramente così bravo». Meglio invece che i genitori si concentrino sulle performance, senza etichettare il loro piccolo come un piccolo talento: solo così sarà motivato a migliorare le proprie abilità senza sentirsi svilito di fronte ai normali fallimenti.

L’articolo completo su Airone, febbraio 2015

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