WhatsApp, generatore di paranoie

02052015Perché ci siamo dati la buonanotte e lui/lei resta ancora online? Con chi sta chattando? Perché si è collegato/a ieri ma non mi ha scritto? Perché non risponde? Sono alcune delle domande che ci poniamo di fronte alle schermate di WhatsApp, applicazione “demoniaca” fondata nel 2009 e acquistata da Facebook lo scorso anno che a oggi ha superato la soglia dei 600 milioni di utenti attivi mensilmente. WhatsApp ci permette infatti di sapere se il nostro interlocutore è online, quando si è collegato l’ultima volta e quando ha scritto i suoi messaggi. Rendendo l’altro sempre rintracciabile, spesso peggiora la qualità delle relazioni: «WhatsApp può dar luogo a conflitti amorosi e malintesi fra amici», mi ha spiegato Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e responsabile dell’area dipendenze patologiche del Centro studi e ricerche New addictions di Senigallia (Ancona), «in particolare quando lo si utilizza come strumento di controllo dell’altro. Ho conosciuto soggetti capaci di scrivere duecento messaggi fra le dieci di sera e l’una del mattino, un’anomalia che altera i normali ritmi di vita».

Maledetta doppia spunta blu
Il fenomeno non è destinato ad arrestarsi, sopratutto ora che WhatsApp ha aggiunto il famigerato doppio segno di spunta blu per indicare l’effettiva lettura del nostro messaggio da parte del destinatario. Sapere infatti che lui o lei ha letto il nostro messaggio ma non ci ha risposto può creare ansia in chi è maggiormente insicuro. Del resto, secondo uno studio su 552 utenti pubblicato a marzo su The social science journal da Abdullah Sultan dell’Università del Kuwait, l’ansia sociale è un tratto distintivo dei soggetti dipendenti da WhatsApp: dai suoi dati emerge che oltre il 32 per cento degli utenti usa l’app più di dodici volte l’ora mentre il 53 per cento se ne dichiara dipendente.

Una nuova fobia
Facile capire quindi perché ormai, per molti, restare senza cellulare fa quasi paura. Secondo alcuni psichiatri si può già parlare di una nuova patologia, la nomofobia (no mobile phone phobia, “fobia da mancanza di cellulare”, di cui parlo su Airone di gennaio 2015), ovvero l’angoscia causa di alterazioni dell’umore e difficoltà di concentrazione che nasce quando ci rendiamo conto di non avere con noi lo strumento che ci tiene in contatto con gli altri. Secondo gli studiosi di Net Children Go Mobile, progetto di ricerca che coinvolge sei stati europei, si tratta di una dipendenza affettiva: i giovani cioè non possono fare a meno delle emozioni suscitate dai contenuti fruiti tramite smartphone. Lo studio ha preso in esame le risposte fornite da 3.500 ragazzi tra i 9 e i 16 anni provenienti da Regno Unito, Romania, Danimarca, Irlanda, Belgio, Portogallo e Italia. Di questi il 46 per cento ha uno smartphone e quattro su dieci lo usano per andare in rete. Nel nostro Paese in particolare l’86 per cento spiega che grazie al telefonino si sente più vicino ai propri amici e che non averlo compromette le loro possibilità di socializzazione.

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