Orecchio per le lingue?

28082014Imparare le lingue non è solo utile a trovare lavoro: fa anche bene al cervello. Alla conclusione erano giunti i ricercatori dell’Institute of medical sciences di Hyderabad (India) in uno studio pubblicato lo scorso anno su Neurology dopo aver analizzato un campione di 700 persone: dai dati era emerso che i bilingui sono i meno soggetti all’Alzheimer e ad altre forme di demenza. Del resto è dimostrato che chi cresce in un ambiente bilingue ha una memoria più sviluppata: far studiare una lingua ai nostri figli già da piccoli ne migliora quindi le abilità anche in altri ambiti come il calcolo e la lettura.

Come imitiamo i suoni
Inoltre più si cresce e più l’apprendimento si fa difficile. Già dal primo anno di vita infatti tendiamo a fossilizzarci sui suoni della lingua madre perdendo quindi la capacità, tipica dei neonati, di distinguerne e riprodurne altri: così pronunciare suoni diversi si fa più complesso. L’ideale sarebbe sentire un’altra lingua già dalla viva voce dei genitori: lo dimostrava uno studio condotto una decina di anni fa dall’Università di Washington (Usa). Nel corso dell’esperimento un primo gruppo di bambini americani di nove mesi era stato esposto all’ascolto di dodici sessioni da 25 minuti di conversazioni tenute da cinesi madrelingua, mentre un secondo era stato esposto al solo ascolto di registrazioni. Risultato: la capacità dei bimbi americani di distinguere i fonemi cinesi da quelli inglesi era cresciuta solo tra quelli esposti alla presenza dei parlanti in carne e ossa.

Ma non è impossibile…
Il vantaggio dei più piccoli non deve farci desistere: alcuni stratagemmi ci possono venire incontro. Sicuramente accostarci alle lingue con lo spirito di un bambino aiuta: «Le prime frasi dei piccoli dicono tutto in poche parole accostate tra loro, ma slegate dal punto di vista sintattico», mi spiega Cristina Bosisio, ricercatrice in didattica delle lingue moderne all’Università Cattolica di Milano. I bambini piccoli cioè usano molte parole come nomi e aggettivi ignorando quelle che le legano tra loro, come preposizioni e articoli. «Le ricerche hanno riscontrato un’evoluzione simile anche nell’apprendimento da parte degli adulti». Ed è corretto così: prima cioè dovremmo concentrarci a imparare il lessico, e poi la grammatica. Questo implica che quando iniziamo a studiare una lingua dobbiamo tentare di esprimerci con le poche parole che sappiamo, non preoccupandoci della correttezza grammaticale: è quello che gli studiosi di didattica chiamano fluency, cioè la capacità di essere fluenti. Solo successivamente lo studio di grammatica e sintassi ci permette di fare meno errori (accuracy, “accuratezza”).

Il gene della grammatica
In altre parole occorre buttarsi. Lo conferma chi le lingue straniere le usa tutti i giorni per lavoro. Aldo Buscio, un architetto valdostano ventinovenne che vive e lavora a Chongqing (Cina), oggi ne parla sette: italiano e francese madrelingua, sin da piccolo in famiglia parla il patois della sua regione e, dopo l’inglese imparato a scuola, ha studiato da autodidatta spagnolo e portoghese. Poi si è trasferito in Cina: «Il cinese l’ho imparato qui ma non ho ancora finito», mi ha raccontato. «Cerco di lanciarmi: sicuramente sbaglio, ma cerco di apparire simpatico e questo mi dà una mano». Ovvio, questa strategia funziona meglio in chi è “portato”: «Non esiste un vero talento per le lingue anche se diverse piccole abilità, come la capacità di imitare i suoni, aiutano», aggiunge Bosisio. Nonostante già nel 2001 i ricercatori del Wellcome Trust center for human genetics di Oxford (Regno Unito) avessero identificato il “gene della grammatica”, la cui mutazione causa difficoltà a comprendere la correttezza delle frasi e a produrre un linguaggio fluido, le differenze individuali non hanno tutto questo peso: con l’allenamento chiunque può parlare e scrivere correttamente una lingua straniera. Quasi, assicurano gli esperti, come un madrelingua.

L’articolo completo su Airone, agosto 2014

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