Cosa si dice quando non ci siete

30042014Immaginate: siete a una festa, da soli, in mezzo a molte coppie e gruppi di amici. Non conoscete quasi nessuno. Vi sentite a disagio. Vi guardate attorno: gli occhi degli altri vi scrutano, alcune risate sembrano indirizzate a voi, unico “non accompagnato”. Chissà cosa staranno pensando gli altri invitati? Sicuramente che siete fuori luogo.

Prove scientifiche
Le evidenze sperimentali, spiegano gli psicologi, hanno però sempre dimostrato che l’attenzione di un gruppo nei confronti di un singolo, come in questo caso, è generalmente minore di quanto il singolo creda. In uno studio condotto nel 1999 da Thomas D. Gilovich della Cornell University di New York e da Kenneth Savitsky del Williams College di Williamstown (Usa), e pubblicato su Current directions in psychological science, il fenomeno fu dimostrato con un esperimento. Per circa mezz’ora un gruppo di volontari era stato invitato a prendere parte a una discussione. Ciascun partecipante fu poi fatto accomodare in una postazione isolata dove venne sottoposto a un questionario sulle prestazioni messe in luce da ciascuno dei componenti, compreso se stesso.

Tranquilli, per gli altri siete solo dei numeri
Confrontando le valutazioni medie espresse dai componenti del gruppo con le autovalutazioni di ognuno fu possibile dimostrare una tendenza egocentrica. Tutti i partecipanti credevano cioè di aver ottenuto valutazioni molto migliori o molto peggiori rispetto a quelle attribuite agli altri. «Tutti i soggetti», spiega a commento dello studio Luciano Arcuri, docente presso la facoltà di psicologia dell’università di Padova, «avevano quindi ritenuto implicitamente che la loro partecipazione al gruppo di discussione fosse rischiarata da un fascio di luce intenso di cui, per la verità, furono gli unici ad accorgersi». Insomma ci sentiamo sempre al centro dell’attenzione, ma il più delle volte gli altri ci ignorano.

Ma in fondo è normale
Eppure la preoccupazione per il giudizio altrui è inevitabile e normale, in situazioni come questa: «Chiederci cosa pensano gli altri di noi fa parte del fatto che siamo esseri sociali», mi spiega Roberta Milanese, ricercatrice associata presso il Centro di terapia strategica di Arezzo. «Tuttavia raramente abbiamo un vero accesso a quello che gli altri pensano o dicono di noi. Così il più delle volte ci limitiamo a fare delle deduzioni del tipo “io penso che tu pensi che io penso”».

La teoria dello specchio
È con questo gioco di riflessi che si crea la nostra identità. Secondo il sociologo statunitense Charles Cooley, che partendo dalla metafora dello specchio ha sviluppato la teoria del looking-glass self (l’io allo specchio), quello che siamo deriva dal modo in cui noi pensiamo di apparire agli altri. Ciò che noi vediamo riflesso negli altri, ovvero quello che crediamo gli altri pensino di noi, non corrisponde mai, secondo questa teoria, all’opinione che gli altri hanno realmente di noi. Ma può, paradossalmente, influenzare negativamente la realtà: «Se sono convinta di non piacere agli altri», prosegue Milanese, «nelle situazioni sociali mi esprimerò attraverso una serie di indicatori non verbali, come lo sguardo basso, nella paura di trovare conferma alle mie supposizioni negative. Così però finirò con l’apparire scontrosa e antipatica, inducendo gli altri a pensare davvero male di me».

Sotto i riflettori
Normalmente ci comportiamo così quando manchiamo di sicurezza e cerchiamo di difenderci anticipando la reazione negativa degli altri nella speranza di soffrire un po’ meno. Per fortuna però il meccanismo può prodursi anche in positivo: «Esistono molte persone oggettivamente non particolarmente attraenti», spiega Milanese, «che, convinte di essere affascinanti, riescono a proiettare attorno a se stesse uno charme che spinge gli altri a ritenerle in qualche modo belle». Così la paura per il giudizio altrui diventa un’arma per guadagnare in sicurezza.

 

puntoesclamativoEcco come gli altri vedono il nostro visoSecondo Tal Eyal e Nicholas Epley della Ben-Gurion University (Israele) e dell’università di Chicago (Usa), che hanno condotto uno studio su 106 studenti sottoposti al giudizio reciproco delle rispettive foto, quando ci viene chiesta una valutazione sulla piacevolezza del nostro volto tendiamo a concentrarci su elementi isolati: il brufolo apparso questa mattina, le occhiaie, i capelli fuori posto. Gli altri invece giudicano il nostro aspetto più in generale, nell’insieme. Questo comporta una maggiore variabilità della nostra opinione sui noi stessi rispetto a quella altrui, in generale molto meno drastica.

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