Rafting per manager

La leadership? Una dote metà innata, metà acquisita. Sembra infatti che già a tre anni i bambini possano mostrare tendenze al comando. «Alcuni organizzano i giochi del gruppo e attraggono l’attenzione su di sé», spiega Anna Oliverio Ferraris, psicologa dello sviluppo. «È un’attitudine legata al carattere, ma anche ad altri fattori. Per esempio i bambini che hanno un fratello maggiore tendono a imitarlo e ad avere così più influenza sui compagni». Sono le cosiddette competenze intrapersonali: doti innate come coraggio, autocontrollo, determinazione ed elasticità mentale. Ma è solo il primo passo per diventare un valido leader, sul lavoro e con gli amici.

I dirigenti peggiori? Quelli pagati troppo
Occorrono infatti anche competenze interpersonali: saper gestire i rapporti, saper ascoltare, saper parlare, possedere doti diplomatiche e sapersi presentare bene. Perché «tutto ciò che allontana il leader dal gruppo compromette l’efficacia della sua azione», come spiega lo psicologo Stephen Reicher. Compreso lo stipendio: il finanziere John Pierpont Morgan, fondatore del colosso Jp Morgan, diceva che una caratteristica comune delle aziende che falliscono è la tendenza a pagare troppo i dirigenti.

Sul ponte tibetano
È anche per sviluppare le doti umane come queste che molte aziende oggi si dedicano alle attività di team building. Stare una settimana in una foresta con i colleghi, una bussola e senza cellulare, salire su un ponte tibetano, fare rafting: i protagonisti di queste esperienze sono infatti, sempre più spesso, anche manager e impiegati di importanti aziende chiamati a confrontarsi con emozioni intense. «Tutti vi possono partecipare», mi spiega Luca Lorenzini, consulente di formazione aziendale in Randstad Hr Solutions. Certo nessuno è obbligato, anche se si cerca di spronare tutti a superare i propri limiti.

A costo del ridicolo
«Difficoltà e situazioni complesse ricreate in contesti avventurosi coinvolgono sul piano fisico, emotivo e cognitivo», spiegano Vincenzo Majer, docente di psicologia del lavoro all’Università di Firenze, e Matteo Majer, consulente di psicologia del lavoro. «Per un nostro cliente», prosegue Lorenzini, «abbiamo costruito un percorso di sopravvivenza in un bosco con una prova finale che consisteva nel calarsi da una parete rocciosa di 15 metri». L’obiettivo? Insegnare a resistere allo stress e infondere fiducia reciproca. Certo non sono attività per tutti: «È capitato che alcuni partecipanti si tirassero indietro quando è stato richiesto loro di fare un’immersione subacquea. In questi casi si cerca di affidare alla persona un ruolo alternativo in modo che possa comunque apportare il suo contributo al team».

Basta poco
Tuttavia per cambiare non serve necessariamente molto, perché l’avventura è ovunque: «Bastano poche ore e non occorrono neppure grandi distanze», spiega Alex Bellini, esploratore e primo uomo ad aver attraversato il Mediterraneo e l’Atlantico in barca a remi. Oggi Bellini propone a manager microavventure che durano un weekend o un giorno a portata di chi non se la sente di attraversare deserti. Talvolta infatti è sufficiente abbandonare la scrivania e sperimentare attività sportive: «Lo sport aiuta a sviluppare la leadership, la capacità di risolvere i problemi e di gestire le emozioni», conclude Giuseppe Vercelli, psicologo del lavoro e dello sport all’Università di Torino. La classica partita a calcetto del dopo lavoro, in fondo, serve proprio a questo.

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