Le nachos sono una droga?

Quando aprite un pacchetto di patatine non riuscite a smettere di mangiarle? Il motivo lo spiega il New York Times in un recente articolo sull’abitudine insana di mangiare compulsivamente nachos, le celebri patatine di mais al formaggio. «Sono stati lanciati tanti tipi di patatine a partire dal 1964», scrive Michael Moss sul quotidiano americano, «ma nessuno ha mai superato queste in gusto». Dietro al loro sapore, si chiede Moss, ci dev’essere qualcosa che le rende irresistibili. La risposta viene da Steven Witherly, un tecnologo alimentare che ha pubblicato nel 2007 il saggio Why humans like junk food (“Perché agli esseri umani piace il cibo spazzatura”).

Psicologia del cibo
Secondo l’autore il segreto delle nachos è innanzi tutto nel fatto che sono ricche di grassi. Producendo sulla lingua una piacevole sensazione di pastosità, simile a quella che proviamo gustando popcorn o lo zucchero filato, queste sostanze ingannano il cervello ritardando la percezione di sazietà. E spingendoci così a non smettere di mangiare. Fattori fisici, ma anche psicologici. «Mangiare e bere rappresentano infatti una forma di appagamento del desiderio», spiega la psicoterapeuta Leila Zannier.

Secondo gli psicologi esistono tre fattori psicologici che ci spingono a preferire un cibo piuttosto che un altro. Eccoli.
1. La percezione di possibili conseguenze negative o dannose. È per questo che evitiamo cibi che riteniamo, anche arbitrariamente, pericolosi per la nostra salute. C’è ad esempio chi si convince di non poter digerire le uova anche senza avere una reale intolleranza. Talvolta questo basta a produrre in queste persone un vero e proprio disgusto per quel cibo.
2. I nostri valori personali. Ad esempio quelli che spingono i vegetariani a rifiutare la carne, arrivando così a provare disgusto alla sola idea di mangiarne.
3. I nostri ricordi. Una ricerca condotta all’Università di Liverpool (Regno Unito) ha recentemente dimostrato che il ricordo vivido di ciò che abbiamo recentemente consumato riduce il bisogno di mangiare di nuovo. Spiega Eric Robinson, autore dello studio: «Chi ricorda l’ultimo pasto come soddisfacente e piacevole tende a mangiare meno la volta successiva». È sempre la memoria a spingerci a rifiutare un cibo che in passato ci ha fatto male o che semplicemente non abbiamo digerito.

L’articolo completo su Airone, dicembre 2013

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