Col cuore in mano

La signora ha uno sguardo severo ma bonario mentre, seduta sotto l’enorme camino nero, si asciuga le mani ruvide sullo scüssà, il grembiulone sbiadito che tutte le donne lombarde portano da mattina a sera. Guarda i commensali che mangiano lepre in salmì, rostìn negaà e cotolette (rigorosamente con l’osso) come una nonna osserva i nipotini che giocano. «S’è che te vöret?», ti chiedono i figli quando, entrato dalle porte a vetri zigrinati che danno sulla vecchia via Ortica, ti siedi a un tavolaccio di legno e inizi a leggere il menu scritto a mano su fogli di recupero. Non è frutto di scarsa attenzione al cliente questo servizio spartano: all’Osteria del Gatto Nero, a Lambrate, il tempo si è veramente fermato.

Nonne e lavandaie
In fondo la Milano di oggi, quella un po’ affannata del nuovo yuppismo che sente la crisi, è anche una città rimasta intenzionalmente indietro nel tempo. Antichi infatti sono ancora alcuni angoli degli un tempo popolari Navigli, divenuti oggi tanto modaioli quanto consumistici: se ad esempio dal Naviglio Grande vi allontanate per imboccare vicolo dei Lavandai entrerete in un universo a parte. Qui quasi vi sembrerà ancora di vedere le anziane che, sui lavatoi in pietra che ancora resistono, ci davano dentro di lisciva e olio di gomito lungo la roggia che dal naviglio si separa per rientrarvi pochi metri più in là. Oggi su quella roggia c’è un ristorante, che ha fatto della tipica collocazione la sua fortuna: i prezzi parlano chiaro.

Micromondi
Ai suoi abitanti questa città piace a tal punto che spesso li senti elogiare un locale, un angolo nascosto o un parco con un: «Sembra quasi di non essere a Milano». Del resto è quando la vedi sotto una luce diversa che il cuore si intenerisce e impari ad apprezzarla: di notte, ad esempio, quando il buio ti inganna e paradossalmente la scopri meno grigia. Lo ha capito un milanese d’adozione, Gabriele Salvatores, che al capoluogo ha dedicato una malinconica sequenza del suo Happy Family (2010). Milano infatti ti sa sorprendere quando meno te lo aspetti: succede in via Lincoln, un gioiellino sconosciuto ai più a poche centinaia di metri da piazza Cinque Giornate. Superata la cortina di piante e fiori profumati all’imbocco di questa stradina entri in un altro non luogo, paesello popolato di casette basse dove pare i bambini giochino ancora per strada (c’è perfino un cartello a segnalarlo) tra palazzi alti che osservano questo microuniverso sorto a fine Ottocento come insediamento di operai. Un luogo stranamente rimasto immutato, se non per i prezzi ben più alti del valore di mercato della zona.

Voci dall’estero
Anno dopo anno la città della Madonnina si rifà il look, in attesa di questo benedetto Expo, e si reinventa metropoli turistica (nella foto, il nuovo skyline visto dall’Instagrammer @dariodossena). Le iniziative non mancano: il portale Milano Loves You ad esempio nasce con l’idea di rendere la città della finanza e del design anche una buona meta per i turisti di ogni parte d’Europa. Impresa impossibile? No, ad ascoltare le voci di chi a Milano ha trascorso qualche giorno di vacanza o qualche anno, per lavoro: blogger di viaggi, turisti golosi e amanti della moda sul web vi raccontano di una città invisibile agli occhi di chi la vive quotidianamente. I blogger di Milano Loves You spiegano ad esempio com’è bello perdersi per Brera una domenica pomeriggio o quanto è romantico il cielo di Milano, proverbialmente grigio e nebbioso. Non diversamente ha fatto per anni il mio amico Garrett McKenna: americano di Boston, tiene il simpatico blog Change of Underwear in cui ha offerto il punto di vista d’oltreoceano su questa Milano in cui ha vissuto fino a non molto tempo fa, prima di trasferirsi in Svizzera. Una Milano cul cör in man (“con il cuore in mano”) che ti stressa in settimana ma che sa rallegrarti un sabato mattina con un colorato mercatino benefico di fiori e piante. Una Milano che, ne sono sicuro, è rimasta anche nel suo cuore.

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One comment

  1. Sicuramente, Milano mi é rimasto nel cuore. Sopratutto che non vivo più a Milano, mi rendo conto dei tanti tesori che li nasconde. (I messed up my Italian pretty bad here, huh?) 🙂

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