Le voci del sapere

A maggio 2011 usciva su Airone un mio articolo sul futuro delle enciclopedie, di cui riporto qui un abstract. Massimo Bray, direttore editoriale della Treccani e oggi Ministro della cultura del governo Letta, mi parlava così del ruolo dell’informazione libera e condivisa in rete. E di una minaccia per le enciclopedie che di fatto, a suo parere, non esiste.

Di informazione, oggi, ne riceviamo anche troppa. Televisione, internet, giornali, social network ci riempiono di nozioni frammentate, talvolta contraddittorie. Come orientarsi? Le enciclopedie possono tornare utili con le loro voci redatte da esperti e accademici? Forse, anche se c’è chi non la pensa così.

Massimo Bray: non siamo immuni da errori
Nel 2005 uno studio condotto dalla rivista Nature aveva messo a confronto Wikipedia, l’enciclopedia libera scritta dagli utenti della rete, con la titanica Enciclopedia Britannica, fondata nel 1768 a Edimburgo e compilata dai più titolati accademici e scienziati del mondo. Dopo il confronto di una quarantina di voci, l’autorevole rivista scientifica affermava: «Entrambe commettono errori. Per ogni quattro sbagli che abbiamo trovato in Wikipedia, la Britannica ne ha tre, ma nella precisione dei termini è Wikipedia ad avere leggermente la meglio. Di fatto si equivalgono». Insomma, una certezza che crolla. «Su una media di 250mila voci qualche errore è sempre inevitabile», spiega Massimo Bray, direttore editoriale della Treccani, la più importante e blasonata enciclopedia italiana, fondata nel 1925 da Giovanni Treccani sul modello delle più celebri enciclopedie europee. Che ci piaccia o no il futuro è la rete. Lo ha capito la stessa Treccani che in occasione delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità nazionale, lo scorso marzo, ha reso disponibile online una versione base, ma gratuita, del proprio sapere.

Un dialogo inevitabile
«Credo che il dialogo tra la carta e la rete sia inevitabile e proficuo – spiega Bray –. Le enciclopedie di carta e quelle online si rivolgono a due pubblici diversi, quindi non c’è un vero pericolo di concorrenza». Non bisogna, sostengono gli esperti di comunicazione, porre resistenza di fronte all’inevitabile evoluzione del sapere. Un’evoluzione rappresentata, nel mondo delle enciclopedie, proprio dal modello Wikipedia. L’enciclopedia “libera” fondata da Jimmy Wales e Larry Sanger nel 2001 costituisce una nuova concezione di sapere condiviso. Anche se a ben guardare il modello collaborativo di Wikipedia non è molto diverso da quello di un’enciclopedia tradizionale: «In entrambi i casi – aggiunge Bray – si tratta di opere realizzate da un gruppo accomunato da interessi simili».

Intelligenza collettiva
Come saranno allora le enciclopedie del futuro? Secondo gli esperti avranno tanto più successo quanto più riusciranno a proseguire sulla strada della collaborazione tra gli utenti. Ne è convinto Italo Vignoli, presidente del Plio, Progetto linguistico italiano OpenOffice.org, una delle principali comunità open source dedicate alla condivisione libera e legale di software gratuiti: «È meglio l’intelligenza collettiva di Wikipedia rispetto a quella rappresentata dalle enciclopedie tradizionali – spiega –. La prima infatti è espressione più forte della cultura della rete scatenata da internet. Oggi un’enciclopedia avulsa dal contesto della rete sarebbe un controsenso: nessuno studioso, per quanto autorevole, può fare le stesse cose che può fare la comunità grazie al contributo collettivo».

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