Disordinata creatività

Volete sapere se i vostri colleghi sono veramente dei fannulloni? Osservate i loro cestini della spazzatura. Studiando oltre 10 aziende, Abigail Sellen degli Hewlett-Packard Laboratories di Bristol e Richard Harper del Digital World Research Centre della Surrey University (Regno Unito) già nel 2002 avevano infatti concluso che la quantità di materiale sulle scrivanie e di cartacce prodotte da ciascun dipendente rivelano la sua propensione al lavoro e all’organizzazione. Il motivo? Una scrivania ricolma è correlata statisticamente a più mansioni o a maggiore disordine. D’altro canto fare ordine, e quindi gettare via ciò che non serve, ha un costo in termini di tempo, in parte sottratto dalle ore di lavoro. Una buona produttività dovrebbe dipendere quindi da un corretto rapporto tra ore di lavoro e ore di “pulizia”. In dieci anni le aziende hanno aumentato l’uso delle tecnologie digitali ma, secondo il Wwf, non hanno ridotto l’uso di carta: una ricerca analoga condotta oggi rivelerebbe dunque risultati analoghi.

Cestino pieno e scrivania piena: impiegato produttivo e ordinato
Cestino pieno e scrivania vuota: impiegato improduttivo ma ordinato
Cestino vuoto e scrivania piena: impiegato produttivo ma disordinato
Cestino vuoto e scrivania vuota: impiegato improduttivo

Le innovazioni nascono dal disordine
Insomma, il caos non è necessariamente segno di una mente disordinata. Anzi, può essere produttivo. Del resto in un ambiente caotico l’inguaribile disordinato riesce sempre a trovare tutto quel che gli serve: «Nel proprio disordine – spiegava diversi anni fa in un’intervista al Corriere della Sera Francesco Rovetto, ordinario presso il dipartimento di Psicologia dell’Università di Pavia – si sente a casa, in un posto cioè non pubblico come è il tavolo degli ordinati ossessivi, di facile accesso. Il disordinato è indispensabile per ritrovare gli oggetti, non è intercambiabile come avviene nel caso degli ordinati, la cui logica è rigidamente legata a lettere, numeri, colori o date». Tanto che la donna delle pulizie che tenta di riordinare la casa o la scrivania del primo rischia solo di fare danni nel suo “caos ordinato”.

Una logica unica
Anche perché è proprio questo ordine nel disordine a rendere creativi. «Del resto è dal caos che si è generato l’universo – spiega Davide Algeri, psicoterapeuta a Milano –. Le idee più geniali scaturiscono spesso dal disordine, che ci permette di uscire degli schemi mentali e di cambiare prospettiva». In fondo è quello che da più di quarant’anni spiegano i sostenitori del pensiero laterale, la disciplina psicologica che aiuta manager e persone comuni a sfruttare le potenzialità cognitive leggendo la realtà da prospettive non convenzionali. «Quella dei disordinati – prosegue Rovetto – è una logica creativa che gioca sulle associazioni, sui raggruppamenti e sulla memoria visiva: gli oggetti vengono ritrovati per la posizione in cui sono stati visti l’ultima volta o per la loro vicinanza ad altri che magari non c’entrano per niente». L’ordine infatti è un concetto soggettivo: quel che può essere ordinato per una persona non lo è per un’altra.

Ordine soggettivo
«Nella cultura occidentale – aggiunge Davide Dettore, professore associato di Psicologia clinica all’Università di Firenze – associamo l’ordine a un’idea di simmetria. A questo concetto i disordinati si ribellano: più che creare caos loro non fanno altro che disporre gli oggetti all’interno del loro spazio vitale secondo criteri diversi da quelli tradizionali, più soggettivi». Chi ha studiato l’argomento ha da tempo capito che alla base del disordine c’è una particolare tipologia di classificazione inconscia degli oggetti che si fonda su un metodo “stratigrafico”. In pratica senza nessuno che riordini, documenti e oggetti si accumulano, ma mai casualmente: i meno urgenti, i meno attuali o quelli meno necessari finiscono inevitabilmente con lo sprofondare sotto le pigne delle scrivanie o negli angoli meno battuti dell’ufficio o della casa. All’opposto  risalendo verso la superficie o nei luoghi più accessibili si depositano gli oggetti attuali o i documenti a cui i disordinati stanno lavorando. In pratica, un metodo di archiviazione spontaneo molto più efficiente di faldoni, cartelle e ordinatissimi file.

I sei vantaggi del disordine
Secondo Eric Abrahamson, docente di Management alla Columbia University (Usa) e autore di La forza del disordine (Rizzoli), ecco sei vantaggi del “disordine ordinato”. Nel lavoro e nella vita di tutti i giorni.
1. Flessibilità: il disordine permette di adattarci rapidamente alle novità e come minori sforzi.
2. Completezza: il disordine è di natura vario, comprende più alternative e possibilità diverse che l’ordine prestabilito non contempla.
3. Risonanza: il disordine consente uno scambio di informazioni tra il soggetto e l’esterno, non rinchiude in certezze incrollabili che ci bloccano.
4. Inventiva: il disordine consente di affiancare in modo casuale elementi diversi favorendo così associazioni creative inedite.
5. Efficienza: il disordine permette di raggiungere gli obiettivi in minor tempo e consumando meno risorse, se non altro quelle necessarie a riordinare e catalogare cose e informazioni.
6. Robustezza: il disordine è soggettivo e come tale unico. Ognuno ha il suo, mentre l’ordine è logico e quindi riproducibile da chiunque. Questa è una certezza per chi usa il “caos ordinato” come strumento della propria professione: ad esempio creativi e liberi professionisti.

L’articolo completo su Airone, gennaio 2013

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