Rivoluzione etnica. A tavola

Quando entrate al King’s and Queen’s vi dimenticate di essere a Milano. Quel piccolo ristorante a due passi dal centralissimo corso Buenos Aires dove la padrona di casa, Eveline, serve verdure cotte nell’olio di palma, gnocchi di farina di yam e persino grosse lumache è un pezzetto di Africa trapiantato in Italia. Non per niente è un punto di riferimento per i nigeriani che vivono tra via Panfilo Castaldi e via Lecco.

Incremento esponenziale
Milano sta diventando anche questo. Definitivamente abbandonati i panni da città operaia del secondo Dopoguerra e quelli ruggenti della Milano da bere di un passato più recente, la città ha oggi l’aspetto di una metropoli sempre più cosmopolita anche a tavola. Non a caso una recente indagine sulla ristorazione etnica condotta dalla locale Camera di Commercio mostra come a partire dal 2000 il processo di integrazione degli stranieri in città, anche dal punto di vista culinario, abbia subito una notevole accelerazione. Dall’inizio del secolo, infatti, i ristoranti con un titolare straniero a Milano sono aumentati del 179 per cento sfiorando nel 2009 le 800 attività, a fronte di una crescita media del settore del solo 24 per cento.

Cinesi abili imprenditori
Ma evolve anche il modo di fare business. Per esempio crescono le catene: anche quando non lo percepiamo perché le insegne sono diverse, dietro a più ristoranti etnici c’è infatti spesso la stessa famiglia che li gestisce magari insieme a parenti e amici. «Questo capita soprattutto con i cinesi, che hanno una grande tradizione nella ristorazione e sanno far fruttare i propri investimenti», racconta Sara Ragusa, coordinatrice editoriale di Pappamondo, la guida ai ristoranti stranieri a Milano che nell’edizione 2013 ospita una mia recensione.

Non solo italiani curiosi…
E infatti parla soprattutto cinese la ristorazione etnica meneghina, come del resto quella delle grandi città di tutto lo Stivale, con un 62 per cento delle imprese individuali tra quelle attive in città con titolare non italiano (556 in tutto). Pollo agli anacardi, riso al curry, zuppe, vermicelli di soia alle verdure sono piatti ormai noti a chiunque viva in una grande o media città, dove la ristorazione etnica è sempre meno sinonimo di serata alternativa e sempre più occasione per gustare il cibo della propria tradizione per le molte comunità di immigrati. Come quella peruviana, a Milano tra le più rappresentate, che qui spesso si ritrova in locali frequentati solo da connazionali. Un esempio è il divertentissimo El Hornero, nei pressi della Stazione Centrale.

Pollo e bibite “fosforescenti”
«Non serviamo persone ubriache», si legge all’ingresso. Ma non bisogna scoraggiarsi: gli avventori di questo variopinto ristorante sono soltanto un po’ chiassosi. Qui infatti non è colorato solo l’arredo, ma anche i clienti che affollano le due sale dove uno schermo trasmette senza sosta concerti di artisti sconosciuti fuori dal Perù, ma capaci di tenere alti umore e decibel. Tra un antipasto di patate come il tamal e una causa rellena, qui il gusto è assicurato con piatti unici come il croccante pollo broaster. All’Hornero però si viene soprattutto per il pollo a la brasa: pollo arrosto accompagnato da insalata mista, salsine e una bibita. Vino e birra? Non mancano, ovvio. Però nei ristoranti peruviani il locale conta più del globale. Quindi se siete astemi non chiedete una banale Coca Cola, preferite invece la sua dolcissima versione peruviana: si chiama Inca Kola, ha un gusto unico e il suo colore giallo quasi fosforescente ricorda a tutti che questo è tutto un altro mondo.

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