Nomen omen

Si chiamano Francesco e Sofia i bambini nati negli ultimi anni. In altre parole, sono questi due i nomi di battesimo che i genitori italiani hanno preferito per i loro bimbi nati nel corso del 2010 (ultimi dati Istat disponibili). Ma le preferenze sono anche regionali. Se al nord per i maschi si scelgono Alessandro e Lorenzo, al sud è proprio Francesco a stravincere. Sempre sul podio da anni è Andrea, del resto il nome più diffuso al mondo. Il motivo? Oltre a presentarsi in moltissime lingue, è anche ambigenere: in alcune culture cioè è usato per gli uomini, in altre per le donne, in altre ancora in entrambi i casi.

Scegliere il nome giusto per il proprio piccolo è importante. Per questo in Gran Bretagna e negli Usa da qualche anno c’è la moda dei “nomologhi”, esperti ingaggiati da neogenitori alla ricerca del nome perfetto per il loro piccolo, capace (così promettono) di assicurargli un avvenire roseo. Tra questi professionisti c’è l’americana Maryanna Korwitts, che dal suo sito fornisce consulenze specifiche: per una perfetta armonizzazione di nome e cognome può chiedere dai 150 ai 350 dollari. Ex professoressa, Maryanna spiega: «Poco dopo aver iniziato a insegnare mi resi conto di come gli studenti con lo stesso nome fossero incredibilmente simili. Questo mi incuriosì e mi spinse a studiare l’influenza del nome di battesimo sulla nostra personalità».

«I nomi di persona sono un po’ come abiti che ci identificano e che allo stesso tempo ci aderiscono, appartenendoci come una seconda pelle», spiega la semiologa Patrizia Calefato in Che nome sei? (Meltemi). Proprio come un abito, pur appartenendo a noi il nome non può appartenere solo a noi: tutti infatti vogliamo essere unici ma contemporaneamente sentirci parte della comunità scegliendo abiti (e nomi) che abbiamo visto addosso ad altri. Non stupisce quindi il risultato dell’indagine Baby name report card: beneficial and harmful baby names condotta lungo oltre dieci anni da Albert Mehrabian, professore emerito presso il dipartimento di psicologia della University of California a Los Angeles (Usa). Confrontando tre gruppi di soggetti, Mehrabian ha dimostrato come i nomi considerati più piacevoli e maggiormente associati a un’idea di successo sono quelli numericamente più diffusi. Lo psicologo ha anche messo a punto il “profilo di connotazione”, un indice della reazione media nei confronti di un nome, che è tanto più negativa quanto più questo è esotico o ricercato.

Questa reazione è determinante: può influenzare l’autostima ma anche spronare a dare il meglio di sé. Uno studio di Kurt Carlson, docente al Georgetown’s McDonough School of Business di Washington (Usa), è arrivato a dimostrare come perfino la sola iniziale (del cognome) abbia un peso: «Per anni, a scuola durante l’appello, chi è collocato in fondo all’elenco alfabetico percepisce se stesso in una posizione simbolica di arretratezza – spiega lo studioso –. Così quando si presenta loro un’opportunità non aspettano un secondo in più per coglierla».

L’articolo completo su Airone, novembre 2012

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