Anima o neuroni?

L’alternativa alla psicanalisi non è la terapia cognitivo-comportamentale: nessuna delle due è scienza. A sostenerlo provocatoriamente è un pezzo sul blog Neuroskeptic, dedicato a un approccio disincantato nei confronti della neurologia e della psichiatria. Il pezzo, di gennaio, è tornato d’attualità a luglio con la pubblicazione di un lungo editoriale sul Los Angeles Times che ha fatto discutere. L’articolo intende infatti dimostrare come e perché la psicologia non possa essere considerata una vera e propria scienza.

Da diversi anni le ricerche sul comportamento umano si sprecano, e i mass media le riprendono con grande piacere (e così anch’io, su questo blog). Tuttavia secondo Alex B. Berezow, che ha firmato il pezzo sul sito americano, gli studi sulla timidezza, sulla generosità o sulla tendenza a deconcentrarsi sarebbero tutti alquanto inutili e pretestuosi: la psicologia, spiega l’autore, non può rispondere infatti ai cinque requisiti base di una scienza esatta. Tra questi, una terminologia condivisa da tutta la popolazione scientifica.

Spesso infatti chi non conosce la materia si stupisce di come psicologi di diversi orientamenti quasi non si capiscano tra loro: i termini che utilizzano hanno declinazioni di significato diverse a seconda delle differenti scuole di appartenenza. Senza contare il dibattito tra approcci psicodinamici e organici. Tanto che già nel 1952, quando fu approvato lo standard internazionale Icd (International classification of diseases) che elencava tutte le patologie organiche e mentali, gli psichiatri americani proposero una loro classificazione limitata alle sole patologie mentali: il Dsm (Diagnostic and statistical manual of mental disorders), la cui quinta edizione dovrebbe uscire a maggio 2013. Quasi a significare, cioè, la profonda distanza culturale e scientifica tra medicina (organica) e psichiatria.

Così non devono meravigliare, ancora oggi, le diagnosi incongruenti proposte per lo stesso soggetto da più psichiatri: il caso della perizia ad Anders Behring Breivik, autore degli attentati norvegesi del luglio 2011, è emblematico. Incongruenze che fanno pensare come la valutazione delle condizioni psichiche dipenda da un’osservazione che non può che essere in larga parte soggettiva. Un fatto inevitabile, forse, per una disciplina che separa nettamente l’organico dal mentale. E i cui professionisti tengono a precisare come i disturbi di loro interesse non abbiano il più delle volte una base fisica, neurologica. Ma ne sono sicuri? Non sarebbe più corretto dire che non ne conosciamo ancora le cause organiche? Come è possibile che i brutti scherzi che la mente gioca non dipendano da ciò che di chimico accade nella nostra testa? Cos’altro c’è, allora, nel cervello se non neuroni e molecole chimiche? Inevitabile pensare, quindi, che la psicologia si fondi ancora su un pregiudizio che è l’etimologia della parola stessa a rivelare: psyché logos, discorso sull’anima. A ben guardare, infatti, una mente concepita come altro rispetto alle funzioni organiche non è una versione laica e secolarizzata dell’anima?

Forse sono anche queste riflessioni ad aver portato gli studiosi dei National Institutes of Health (Usa) ad avviare, già qualche anno fa, il progetto Connettoma Umano (foto): un ambizioso tentativo di mappare l’attività psichica attraverso una classificazione delle reti neuronali. Una volta decodificato il Connettoma, avremo in mano il codice di programmazione del cervello. Che permetterà, secondo gli scienziati, di comprendere a fondo i meccanismi che ora releghiamo nella grande nebulosa della psicologia: disturbi mentali, certo, ma anche difficoltà relazionali e cognitive, traumi, tratti di personalità e altro ancora.

Che ne sarà allora della psicologia? Se questi studi avranno seguito c’è da aspettarci che si arrivi ad abolire il confine tra organico e mentale. Aprendo così la strada a una grande e nuova neurologia che metterà in luce come le psicopatologie non sono altro che bachi in quel codice di programmazione che è l’insieme delle connessioni elettriche del cervello, così da giungere a una reale cura di psicosi e nevrosi. E le influenze dell’ambiente? La psicologia non si sbaglia, ma forse è proprio su questo codice di programmazione chimico che le esperienze infantili lasciano un segno oggi indelebile. Non quindi su un inconscio, costrutto più filosofico che scientifico molto più simile al concetto antico di “umore” usato per descrivere meccanismi organici genericamente intuiti, ma non ancora spiegati nel dettaglio.

In questa prospettiva anche il cervello, come gli altri organi, potrà forse contare su terapie mirate che renderanno obsoleti non solo il lettino dello psicanalista ma anche gli psicofarmaci, molecole che agiscono genericamente sui livelli dell’umore senza però modificare quei bachi nelle connessioni cerebrali. Una prospettiva che dà angoscia? Le rivoluzioni che riguardano il corpo umano la provocano sempre, ma poi tutti ne giovano. Del resto se potessimo parlare di trapianti di cuore a un medico rinascimentale verremmo certamente messi in guardia circa il pericolo di trasferire, da un corpo all’altro, l’organo sede delle emozioni…

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