Felici senza saperlo

Se in questi mesi siete tristi, non siete gli unici. Complici la crisi e un clima di sfiducia generale, nell’arco di un anno la fetta di italiani che si dichiarano infelici ha toccato il 51 per cento, in pratica 23 punti percentuali in più rispetto all’anno scorso. Più precisamente il 38 per cento si definisce poco felice, il 13 per nulla. A rivelarlo è un sondaggio basato su mille interviste condotte da Ipsos Public Affairs e presentato a maggio nel corso della prima giornata del Festival della felicità di Urbino. L’evento non è giunto a caso: la ricerca della felicità sembra oggi più che mai un’ossessione, per la cultura occidentale. «Assistiamo a una riscoperta da parte degli psicoterapeuti dei benefici delle emozioni positive e del saperle esprimere», spiega Gian Vittorio Caprara, psicologo alla Sapienza di Roma.

Tutti sappiamo quando siamo felici, ma è difficile descrivere la sensazione. Nella storia filosofi e antropologi ci hanno provato, mentre oggi gli psicologi preferiscono parlare di benessere psicofisico, presupposto necessario alla salute mentale. Secondo la definizione freudiana classica, siamo psichicamente equilibrati, e quindi felici, se siamo in grado di lavorare con successo, di amare un’altra persona in modo maturo (anche sessualmente) e di divertirci con gli altri. Secondo definizioni più recenti, come quella dello psicologo Martin Seligman dell’Università della Pennsylvania (Usa), la felicità è legata alla capacità di concentrarsi completamente in un’azione coinvolgente (ad esempio un hobby) che sul momento non suscita in noi alcun tipo di stato d’animo. Un po’ come capita ai bambini mentre giocano spensierati, ma al contempo concentratissimi su ciò che stanno facendo.

Secondo molti studi la felicità dipende per un 60 percento da fattori genetici: una ricerca del 2008, ad esempio, ha mostrato che i soggetti in possesso di due copie della variante di un gene che controlla il trasporto della serotonina, il neurotrasmettitore che influisce sull’umore, hanno una propensione innata per le immagini “tenere” (ad esempio, foto di cagnolini), mostrate loro durante un esperimento. Ma per fortuna però il restante 40 per cento è nelle nostre mani. Anzi, nella nostra mente. E la cosiddetta psicologia positiva ci viene in aiuto: «Di fronte alle difficoltà – spiega Thierry Janssen, medico e psicoterapeuta belga autore di Le défi positif (“La sfida positiva”) in cui affronta il rapporto tra felicità e salute – abbiamo spesso la tendenza a reagire con emozioni come paura e rabbia che influiscono negativamente sul ritmo cardiaco e sulle secrezioni ormonali». Emozioni quindi che potevano essere vantaggiose per i nostri progenitori di fronte agli attacchi dei predatori, ma molto meno per noi. Così dagli psicologi giunge il consiglio di cercare serenità in un approccio alla vita più rilassato, più che nel possesso materiale. Consiglio però inascoltato: 46 italiani su cento degli intervistati dell’indagine Ipsos ritengono infatti che sarebbero più felici solo se fossero più ricchi.

E allora? Proviamo ad abbandonarci. In altre parole, a pensare meno e agire di più. Questo concetto è ben espresso dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi con il termine “flusso”, cioè «Quella sensazione di agire senza sforzo che si avverte quando le abilità di una persona sono interamente coinvolte nel superare una sfida». Tante le occasioni in cui ognuno di noi può averlo provato: «Molte volte – prosegue Kay – si avverte il flusso dei momenti di svago, mentre si fa surf o si gioca a pallone: tutte attività il cui unico obiettivo è l’attività stessa. Le persone che avvertono il flusso non dicono di essere felici. Forse in questi frangenti sono semplicemente troppo occupate per esserlo». Spesso infatti ci rendiamo conto della felicità solo tempo dopo, ad esempio pensando agli anni dell’adolescenza quando eravamo sereni senza sapere di esserlo. La conclusione? Il modo migliore per raggiungere la felicità è vivere a pieno le esperienze della vita. Evitando di reclamare a pieni polmoni quanto crediamo ci spetti – amore o lavoro che sia – ma impegnandoci piuttosto a cambiare la nostra vita. Anche se costa fatica.

L’articolo completo su Airone, settembre 2012

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