Antropologia dello sfigato

Pollice e indice sulla fronte a formare la lettera L. L per loser, perdente. È uno dei gesti di massima offesa, tra gli adolescenti americani. Essere un perdente equivale a una condanna sociale, oltreoceano. In Italia usiamo il più genuino sfigato, per definire il compagno di scuola o l’amico che non ha successo. Ma il concetto in fondo è lo stesso. Più o meno tutti siamo in grado di capire chi è in e chi è out, anche nella vita adulta: è in chi ha un buon lavoro e buone amicizie, out chi fatica a farsi strada e a quarant’anni vive ancora con mamma. Certo però definire con precisione le caratteristiche psicologiche di popolari e perdenti è difficile. Per la prima volta uno studio negli Stati Uniti ha cercato di chiarirle.

Tutto inizia con il ricordo d’infanzia di Ilan Dar-Nimrod, ricercatore del dipartimento di psichiatria dell’Università di Rochester (Usa): «A tredici anni mi regalarono un paio di occhiali da sole. Mi sentivo cool, figo: potevo vedere gli altri e gli altri non vedevano me negli occhi. Questo pensavo mi desse un che di misterioso e affascinante». L’obiettivo del ricercatore era quello di dimostrare come questo concetto di coolness che deriva da un che di imperscrutabile, e che ha caratterizzato la cultura a stelle e strisce dalla ribellione without a cause di James Dean in poi, sia ormai superato (ne parlo su Panorama del 18 luglio 2012, a pagina 48). «Il fascino misterioso non rappresenta più l’epitomo della coolness», spiega Dar-Nimrod che, per dimostrarlo, ha sottoposto tre questionari a un gruppo di partecipanti cui è stato chiesto di definire le caratteristiche tipiche delle persone vincenti. Risultato: è cool, secondo la maggioranza dei partecipanti, chi è socievole e pieno di interessi. Ma, soprattutto, capace di condividere con gli altri i propri sentimenti.

Insomma, il bel tenebroso che nasconde le emozioni dietro gli occhiali da sole proprio non piace più. «Siamo in una fase di transizione dal modello di coolness della controcultura a uno più soggettivo», ha spiegato lo studioso. Non è un caso, quindi, che le emozioni siano protagoniste di questi ultimi anni di lacrime facili ed entusiasmi talvolta sopra le righe: basta osservare il successo di EmotId, il primo social network delle emozioni messo a punto dall’imprenditore bolognese Michele Fariselli (ne parlo su Panorama del 22 agosto 2012, a pagina 48). Collegandosi al nostro profilo Facebook, il portale mette in luce il nostro stato emotivo del momento grazie a un test realizzato secondo le teorie proposte negli anni Ottanta dagli psicologi Robert Plutchik e Paul Ekman. Ma non è solo moda: «Oggi in ambito scientifico notiamo una tendenza crescente ad apprezzare le emozioni positive e in ambito clinico a invitare i pazienti ad esprimerle – aggiunge Gian Vittorio Caprara, psicologo alla Sapienza di Roma –. L’importante è non considerare cool chi esalta indiscriminatamente le proprie emozioni. Si rischia la sindrome di Pollyanna, la ragazzina dell’omonimo romanzo americano che sorride anche quando non è il caso».

E comunque a casa nostra essere fighi è un’altra cosa: «Credo che se una ricerca come quella americana venisse condotta da noi – aggiunge la filosofa Laura Tappatà, docente di psicologia generale e dello sviluppo all’Università Cattolica di Milano – la maggioranza dei nostri connazionali definirebbe cool personaggi come Cassano, Belén o Corona». La questione accora la docente della Cattolica, autrice del saggio Stay focused (Lupetti) in cui punta il dito contro una società che esaspera il narcisismo in cui riservatezza fa irrimediabilmente rima con impopolarità. «Vorrei che si ritornasse a elogiare la timidezza, perché chi è timido ha paura e la paura è un sentimento umano», conclude. Forse che la nostra strada verso un concetto più moderno (e umano) di successo sociale si ancora molto lunga?

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