Pazzi per il silenzio

Il gessetto che stride sulla lavagna, un cucchiaino che gratta una superficie metallica: da pelle d’oca solo a pensarci. Sono numerosi di suoni fastidiosi, tanto che in rete impazzano le classifiche (semiserie). E oggi c’è perfino una app dedicata ai cultori del genere, NervSounds, che genera suoni odiosi da fare ascoltare agli amici per penitenza: dalle unghie sul vetro allo sfregamento del polistirolo. Il motivo di tanto fastidio? «Un’ipersensibilità individuale o alcune patologie che possono colpire l’apparato uditivo a diversi livelli. I suoni infatti arrivano all’orecchio come onde di percussione esattamente come le mazze percuotono il tamburo», spiega Alberto Siracusano, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Roma Tor Vergata.

Eppure anche il silenzio, oltre un certo limite, è pericoloso. Anzi, può fare persino male: ci può fare impazzire. Come succede a Minneapolis (Usa) dove, presso il laboratorio di ricerche acustiche Orfield, è possibile sperimentarlo entrando in una camera anecoica (foto), una stanza dove le vibrazioni sonore sono annullate, impiegata per testare la rumorosità degli apparecchi elettronici da lanciare sul mercato. In pratica chi entra in questo locale capace di assorbire il 99,99 per cento di suoni e rumori (per il Guinness dei primati è il luogo più silenzioso al mondo) non sentirà nulla se non il suo battito cardiaco. Un’oasi di pace? Tutt’altro. Nessun essere umano ci è rimasto per più di 45 minuti. Oltre i tre quarti d’ora, infatti, si viene presi da sensazioni di angoscia e di panico che, in alcuni casi, possono persino sfociare in disturbi psichici e allucinazioni. Specie se all’assenza di suoni si aggiunge, spegnendo la luce, l’assenza di stimoli visivi.

Il fenomeno è la prova di come gli stimoli sensoriali, specie quelli sonori, sono fondamentali per mantenere un corretto equilibrio psichico e un sano rapporto con la realtà. «La tecnica della “deprivazione sensoriale”, un tempo ottenuta in modi più rudimentali – spiega Vincenzo Manna, docente di neurologia e neuropsicologia alla Sapienza di Roma – è stata usata nella storia per motivi diversi: dalla tortura alla ricerca di un’espansione della coscienza nelle pratiche di ritiro al buio del Buddhismo tibetano». Ma non solo. Già dalla fine degli anni Cinquanta alcuni studi sulle psicosi venivano condotti sottoponendo alcuni volontari sani all’annullamento delle percezioni uditive e sensoriali. Tra i primi ci fu John Lilly, psicanalista americano che inventò la vasca di deprivazione sensoriale. Qui i soggetti venivano lasciati immersi al buio in una soluzione di acqua satura di solfato di magnesio, in grado di bloccare le onde sonore, mantenuta a temperatura corporea in modo da eliminare anche le sensazioni tattili. Lilly poté così dimostrare come l’assenza di stimoli sensoriali e la perdita di percezione del proprio corpo prodotta dal galleggiamento inducano uno stato onirico profondo in cui si manifestano allucinazioni. «Ma da queste esperienze – aggiunge Manna – Lilly capì anche che la deprivazione sensoriale può produrre una sensazione di riposo profondo». Tanto che ancora oggi questo strumento è impiegato, in modo controllato, in alcuni centri benessere per trattare ansia e stress.

L’articolo completo su Airone, giugno 2012

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