Santa macchinetta

È un momento sacro per chiunque lavori in un ufficio. La pausa caffè (nella foto, il cast di Camera Café) serve per ricaricare le batterie, fisicamente e mentalmente. Ma non solo: agli psicologi del lavoro è utile per comprendere le dinamiche interpersonali interne a ogni azienda. Oggi la pausa caffè si identifica con la saletta break, ormai presente in molti uffici, dove protagoniste sono le “macchinette”, gli erogatori di bevande e snack. In sessant’anni di storia, questi apparecchi (solo in Italia ce ne sono più di 2 milioni) hanno rivoluzionato le abitudini dei lavoratori di mezzo mondo. Ma sono anche occasione per scontri ideologici, come quelli nati dalle iniziative di alcune aziende ed enti pubblici. Anni fa, ad esempio, il sindaco di Mariano Comense (Como) proibì la pausa ai dipendenti comunali durante gli orari di ricevimento del pubblico mentre nel 2002 quello di Lecco vietò del tutto l’uso dei distributori negli uffici comunali.

«Se si è concessa una pausa caffè eccessivamente lunga per un altrettanto lungo periodo di tempo – scrive Antonello Goi, consulente per le risorse umane, in Professione manager (FrancoAngeli) – diventerà arduo riportare la situazione nei termini accettabili. Tollerare equivale ad approvare!». Ma non tutti sono d’accordo: un’indagine dalla Camera di commercio di Milano su un campione di 622 imprenditori ha rilevato che per i due terzi degli intervistati la pausa caffè contribuisce a mantenere un ottimo clima di lavoro. Negli Usa lo si sa da tempo: negli uffici di molti colossi americani della new economy, come Google, vige grande libertà: l’imperativo, oltreoceano, è quello di responsabilizzare i lavoratori. Che lasciati liberi di autoregolamentare le proprie pause sarebbero anche più produttivi.

Infatti secondo Giuseppe Vercelli, docente di psicologia del lavoro all’università di Torino, «Se le pause caffè sono troppo prolungate e la produttività cala è perché ci sono problemi all’interno del gruppo di lavoro. Quindi possiamo anche impedire o limitare i break, ma il problema non cambia: i lavoratori troveranno un altro diversivo per sfuggire a un lavoro percepito come non motivante. Le amministrazioni comunali come quelle citate avrebbero dovuto condurre un’indagine sul clima di lavoro: avrebbero capito che impedire la pausa non solo non risolve nulla, ma anzi può peggiorare la situazione». Perché la pausa caffè è fondamentale per la produttività. Lo si sa da tempo: già nel 1994 la legge 626 sulla sicurezza sui posti di lavoro imponeva regolari pause, di diversa frequenza a seconda del tipo di mansione. Il motivo? Per mantenere la concentrazione abbiamo bisogno di staccare la spina con regolarità: «Le pause servono alla neurocorteccia cerebrale per “ricaricare” le sinapsi tra i neurotrasmettitori – prosegue Vercelli –. Ognuno di noi ha infatti un tempo di attivazione, variabile tra i 90 e i 120 minuti, entro il quale riusciamo a mantenere la concentrazione. Dopo, abbiamo bisogno di staccare». Impedire le pause crea infatti uno stato di stress che può provocare una variabilità dell’umore oppure apatia, con conseguenze anche sulla produttività.

A conferma c’è uno studio dello scorso anno condotto da Arielle Tambini del Dipartimento di psicologia della New York University secondo il quale la pausa favorisce concentrazione e memorizzazione. Secondo la ricerca, pubblicata su Neuron, la pausa funziona come il sonno: permette di fissare nella memoria le informazioni importanti e di eliminare quelle superflue.

L’articolo completo su Airone, aprile 2012

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