Genio è sregolatezza

Girl drawing back to school«Come ho fatto a non pensarci prima?». A tutti capita di scoprire casualmente che un problema apparentemente irrisolvibile può avere una soluzione semplice e geniale. Il fenomeno è noto agli studiosi delle funzioni cognitive dal 1967, quando lo psicologo maltese Edward de Bono coniò l’espressione “pensiero laterale” per definire questa modalità di ragionamento creativa e libera da condizionamenti. Una modalità innata (fino ai 5 anni tutti siamo dei “pensatori laterali”), che tuttavia la nostra cultura, specie quella occidentale, ci ha portato ad accantonare. «La nostra società ha bisogno di pensiero laterale – spiega Massimo Soriani Bellavista, master trainer e rappresentante del network della deBono Thinking Systems per l’Italia e la Svizzera – che del resto è applicabile a qualunque contesto: dal lavoro, al gioco, all’insegnamento».

Meglio essere verticali
La differenza tra pensiero laterale e tradizionale o, secondo la definizione di de Bono, “verticale”? La illustra lo studioso stesso nel suo Il pensiero laterale (Bur): «La logica è lo strumento usato per approfondire una miniera, per allargarla e dotarla delle strutture necessarie. Se però la miniera è stata scavata in un posto sbagliato, nessun accorgimento riuscirà a rimuoverla e a trasportarla in un posto adatto. È augurabile che si scelgano di frequente dei posti insoliti per l’apertura di miniere. Se molte potranno  risultare un inutile spreco di denaro, altre al contrario si riveleranno probabilmente fertilissime».

Tutto merito dell’inibizione latente
Come diventare pensatori laterali? Con un pizzico di follia. L’abilità dei creativi sta infatti nel concetto di bisociazione descritto dallo psicologo e filosofo ungherese Arthur Koestler, cioè la percezione simultanea di un’idea su due distinti livelli. Lo shock bisociativo, cioè la sintesi creativa dei due livelli, è quello che ci porta all’illuminazione folgorante. Ed è anche quello che avviene con l’umorismo, un’altra forma di creatività: le battute che ci fanno più ridere sono quelle che associano inaspettatamente due concetti distinti attraverso, ad esempio, un gioco di parole. Uno shock che ha in comune qualcosa con la malattia mentale: uno studio condotto alcuni anni fa da ricercatori delle università di Harvard e di Toronto aveva mostrato infatti che la psiche dei creativi è caratterizzata da un basso livello di “inibizione latente” (LI), l’indicatore che misura la capacità della nostra mente di escludere dalla coscienza gli stimoli secondari rispetto a ciò su cui stiamo ragionando. In genere bassi livelli di LI sono associati a stati psicotici e schizofrenici.

La scuola non aiuta
Si chiede quindi de Bono: «Il pensiero laterale è dunque solo una forma di temporanea e deliberata pazzia? Fra le maggiori caratteristiche di questa infermità non c’è forse quella per cui la mente del malato svolazza da un’idea all’altra come una farfalla?» Certo, ben diverso è chi sfrutta queste potenzialità della mente coscientemente. Peccato che la scuola, in Occidente, non sproni bambini e ragazzi ad adottarle. «I sistemi scolastici sono ancora focalizzati a insegnare agli studenti risposte che già ci sono, non a cercarne di nuove», spiega Soriani Bellavista. «Non è un caso che Sergey Brin e Larry Page, i fondatori di Google, siano stati educati con il più creativo metodo Montessori». Il motivo di questa arretratezza? «La scuola in Occidente è stata concepita nel clima culturale della prima rivoluzione industriale», spiega Ken Robinson, autore inglese di saggi sulla creatività e sull’apprendimento come Out of Our Minds: Learning to be Creative (Capstone). Così le classi sono ancora organizzate come fossero linee di produzione: «Ci sono le campanelle, gli alunni si specializzano in materie diverse e vengono educati per fasce di età», spiega. Insomma, una catena di montaggio da cui possono uscire solo due tipi di “prodotti”: gli studiosi e gli svogliati.

L’articolo completo su Airone, marzo 2012

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