Caos ordinato

«Se una scrivania in disordine denota un spirito confusionario, che dire di una scrivania vuota?». Lo spiazzante umorismo è quello di Albert Einstein, che di scrivanie caotiche se ne intendeva: all’Institute for Advanced Study di Princeton (Usa) lavorava in un ambiente costantemente disordinato. Ma produttivo e creativo. La nostra scrivania dice molto di noi: il nostro ambiente di lavoro rappresenta uno spazio che ci viene affidato e che ci sforziamo di rendere nostro: «L’ufficio, e nella fattispecie la scrivania – spiega Enrico Maria Ragaglia, psicologo presso l’università degli studi di Milano Bicocca – è un territorio a cui una persona sente di appartenere, un luogo da conquistare e da addomesticare attraverso un reciproco gioco di adattamenti. È tipica della specie umana, infatti, l’attività di trasformazione del mondo in senso creativo». Per questo anche il modo di organizzare questo spazio racconta del nostro modo di interagire con la realtà. Se n’è accorto per esempio Eric Abrahamson, docente di management alla Columbia Business School che sul tema ha pubblicato il saggio La forza del disordine (Rizzoli). Secondo i suoi studi infatti un lavoratore non ordinato impiega il 36 per cento di tempo in meno dei colleghi a ritrovare i documenti di cui ha bisogno. Il motivo? «Una scrivania disordinata – spiega lo studioso – può essere un sistema di accesso e di classificazione delle priorità molto efficace. In generale, va a finire che il lavoro più importante e urgente rimane vicino, in cima al mucchio, mentre quello che può attendere viene sepolto sul fondo». Eppure è opinione diffusa che una scrivania disordinata danneggi l’efficienza individuale e l’immagine aziendale. Via libera allora nelle grandi aziende alle clean desk policy, le regole della scrivania pulita, con tanto di premi e sanzioni rigorose per i trasgressori. E negli Usa c’è perfino chi organizza il clean desk day, il giorno delle scrivanie pulite. Dagli impiegati ai top manager, una giornata se ne va nelle grandi pulizie dei tavoli da lavoro invasi da documenti e post-it. È una moda, certo, ma che ha – nelle parole dei suoi sostenitori – fondamenti scientifici. Si chiama in causa infatti l’“ergonomia cognitiva”, la scienza che studia il rapporto tra mente umana e strumenti di lavoro. I risultati? «In realtà è illusorio pensare di poter eliminare completamente il disordine e molti studi dimostrano che l’ordine imposto dall’alto può addirittura danneggiare la produttività», spiega Maria Vittoria Giusti, psicologa del lavoro. Da un sondaggio della società americana PsyMax Solutions risulta persino evidente il collegamento fra scrivania caotica e stipendio alto, che relega gli ordinati a un salario inferiore ai 35mila dollari all’anno. Come a dire: caos fa rima con creatività. E quindi con produttività.

L’articolo completo su Airone, novembre 2011

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