Gocce di luce

Ogni 11 luglio tutte le signore che possiedono un giro di perle dovrebbero pensare a Kōkichi Mikimoto. Fu infatti questo imprenditore giapponese a mettere a punto, l’11 luglio del 1893, la tecnica che gli avrebbe consentito di produrre, primo nella storia, perle coltivate di altissima qualità. Prima, infatti, solo donne nobili o immensamente ricche potevano permettersi il lusso di una perla. Il motivo? La genesi stessa di queste meravigliose strutture. La cui formazione avviene in natura solo quando un corpo estraneo, un parassita o un granello di sabbia, accidentalmente penetra nel mantello di un’ostrica, la struttura morbida contenuta nelle valve. Un procedimento naturale, quindi, ma rarissimo. Secondo i biologi c’è una probabilità su 10mila che ciò avvenga spontaneamente. Ecco perché le perle naturali sono costosissime e pressoché introvabili: «Le perle attualmente in commercio sono al 99 per cento coltivate. Le poche perle naturali esistenti vengono gelosamente custodite dai collezionisti o dai musei», spiega Anna Gaia di Utopia, uno dei più celebri produttori italiani. C’è da dire che dall’epoca dell’imprenditore giapponese a oggi la tecnologia non ha aggiunto molto alla coltivazione e alla raccolta delle perle: «Le procedure di coltivazione, raccolta e selezione sono tutte effettuate manualmente come in passato da esperti del settore», prosegue Gaia. In tutto il mondo esistono attualmente due metodi di coltivazione: con innesto di nucleo sferico e con innesto di tessuto del mantello. «L’innesto di nucleo sferico viene utilizzato principalmente nelle ostriche. Si tratta di una vera e propria operazione chirurgica praticata dalle esperte mani di tecnici specializzati, quasi sempre giapponesi, che ancora oggi si tramandano questa abilità di padre in figlio», aggiunge Gaia. Maggiore è la qualità della perla e più lunga sarà la sua durata. Il motivo? Si tratta di una gemma organica, come lo sono l’ambra e il corallo, e non minerale. Certo possiamo fare qualcosa per mantenerne intatta la bellezza. Non è vero, innanzi tutto, che le perle per mantenere colore e lucentezza devono essere sempre indossate. «Tempo fa, in Persia, furono ritrovati tre fili di perle di più di 2500 anni fa», spiega Andrea Broggian, amministratore delegato dell’omonima azienda di famiglia che dagli anni Ottanta si è vista affidare l’esclusiva della distribuzione in Italia delle perle della Mikimoto, il più importante produttore giapponese. «Sono ancora stupendi perché ben conservati. I guai maggiori derivano infatti dal riporle insieme a spille e oggetti acuminati che le possono graffiare irrimediabilmente e, soprattutto, dallo spruzzarle con profumi e lacche».

L’articolo completo su Airone, luglio 2011

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